Pasolini, finalmente

Oggi Pasolini fa cent’anni e io sono ancora qui che cerco di afferrarlo come si deve. Lo piglio da una parte e mi sfugge dall’altra, sia in letteratura che al cinema, per tacer di editoriali e pubbliche vicende. Adesso che ci penso, mi rendo conto che quando ho creduto di comprenderlo come si deve è stato grazie ad altri rimandi e giri. Prendete Teorema (1968), il suo film che preferisco, forse anche perché c’è Garboli all’inizio, e poi è lineare e schietto. Fatto sta che l’ho capito veramente dopo aver letto il racconto L’anonimo di Stelio Mattioni, lo trovate ne Il sosia (1962), e mi son persuaso che Pasolini si sia ispirato lì per poi andare, come sempre, per la sua strada. Perché Pasolini era fatto così: fiutava l’aria e poi, contro ogni logica e sistema, tracciava la parola e il passo; solo che, da pellerossa scaltro, cancellava le impronte, così da farmi perdere la rotta e le ragioni. Scriveva Giovanni Raboni: «Lo strano destino di questo grande intellettuale è stato quello d’essere poeta in tutto, nella critica come nel giornalismo, nella filologia come nel cinema, in tutto, tranne che nella poesia». Impietoso forse, ma anche affettuoso. Frase che sottende peraltro una certezza: tutti a farsi belli e nominare Pasolini, poi voglio vedere quanti l’hanno letto e soprattutto quanti ancora lo leggono davvero. Ancora: tutti a volerlo incasellare, ma Pasolini sfugge a qualsivoglia rete: come nel paradosso di Heisenberg, di una particella puoi misurare la velocità, o riscontrare la posizione; le due misure insieme non si danno. Pasolini è al tempo stesso veloce, per sfuggire alle stimmate che si tira addosso; e sempre altrove, per poter denunciare omologazione e barbarie crescenti. In una parola, certo dal mio punto di vista fin troppo educato: troppe giravolte, caro Pier Paolo, un che di melodramma, improvvidi duelli, certe contusioni. Poi un bel giorno, credo nel 2015, sono inciampato in un libro di Giulio Sapelli, Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini, edito da goWare (originariamente da Bruno Mondadori), e il cielo mi si è fatto finalmente terso. Mettiamola così: Pasolini ci ha messo la stoffa, Sapelli metri e metri di refe, io con l’ago ho provato a cucire il tutto.

Terence Stamp in Teorema (1968)

La modernizzazione italiana

Pasolini è un intellettuale mosso da spinte eterogenee tra loro spesso antitetiche, contraddittorie. È il suo modo – decisamente mimetico – di affrontare la modernizzazione nei suoi aspetti più estremi e alienanti. Un fenomeno che Pasolini vede quale portato di uno sviluppo industriale italiano rapidissimo, avvenuto in poco più di 20 anni, a differenza di altri casi quali quello inglese, in particolare. Una velocità che ha impedito di accompagnare la crescita economica con una crescita degli individui sul piano culturale; esito, un miglioramento evidente e tangibile della condizione umana, ma anche l’imbarbarimento dei singoli, che vede la meglio del modello piccolo borghese: conta il valore del reddito, vince il consumo a discapito della conservazione di un’integrità culturale. Il benessere, per Pasolini, è quanto meno fittizio, è una faccenda che riguarda il ceto medio delle grandi città, ma non sfiora – se non a suon di cambiali – le classi popolari. In questa visione non è dato vero progresso. «Nel nostro paese l’industrializzazione è stata una violenta irruzione, che ha sradicato dall’età contadina nuclei familiari, culture personali, comportamenti umani che si riproponevano da centinaia di anni». Il pensiero liberale classico è «incapace di vedere i lati oscuri della modernizzazione». L’immedesimazione con il Friuli contadino e l’adesione ai valori cardine della tradizione cristiana – elementi appresi grazie alla mediazione materna – portano Pasolini ad assumere un classismo quasi fatalista. Uno schema affatto dinamico, che indica nella dignità dell’essere poveri l’aspetto essenziale delle classi popolari tradizionali, che fanno leva più sull’essere che sull’avere. «È proprio nella dignità e nella povertà che si cela il mito pasoliniano», scrive Sapelli, per poi puntualizzare: «Pasolini non può essere inquadrato come marxista ma come un moderno evangelico». Da qui la centralità della Pasqua, la resurrezione del Cristo nel Vangelo secondo Matteo, contrapposti al Natale consumista e pagano.

Il pensiero della contraddizione

Secondo Sapelli, il capitalismo nella sua più recente evoluzione sta affilando le armi per la trasformazione più sensazionale: la retorica trasformista, ricca di lustrini, capace di desacralizzare ogni cosa e sacralizzarne di vane, con particolare vocazione al consumo illimitato e permanente. Il trionfo di questo gusto sacrifica le espressioni locali, suggerisce e impone nuovi valori, e si ritrova magistralmente impaginato negli spot di Carosello. Pasolini segnala l’incubo di «un’orrenda “Nuova Preistoria” [che] sarà la condizione del neocapitalismo alla fine dell’antropologia classica, ora agonizzante. L’industrializzazione sulla linea neocapitalistica disseccherà il germe della Storia». Anzi, sono alle viste «due Preistorie: la Preistoria arcaica del Sud e la Preistoria nuova del Nord». Che fare, si domanda il poeta: «perdermi nella preistoria meridionale, africana […], o gettarmi a capofitto nella preistoria del neocapitalismo, nella meccanicità della vita delle popolazioni ad alto livello industriale, nei reami della Televisione»? Il suo è uno sguardo da antropologo urbano, un occhio inquieto che vaga per le periferie in cerca di ciò che non c’è più e chissà se c’è mai stato. Qui tocca con mano che la povertà esiste e resiste al miracolo economico, i beni privati sostituiscono quelli pubblici e soprattutto comuni. È un imbarbarimento che lui documenta in ogni aspetto del vivere sociale. Questa sintesi è possibile a Pasolini proprio grazie alla sua condizione di isolato – provenienza, cultura, orientamento sessuale – che lo posiziona costitutivamente agli antipodi: sa unire gli opposti senza false sintesi perché è un opposto lui stesso, vive e si nutre di opposti e contraddizioni, superando di slancio quella razionalità in cui tutto si spiega e con-viene. Pasolini esprime un pensiero della contraddizione, caotico, vitale e vitalistico, giammai logico o consolatorio, piuttosto dialettico in senso proprio ed hegeliano. Per questo non mi riusciva di afferrarlo: non capivo che lo scrittore continuamente nega se stesso per riuscire a cogliere la storica negazione in atto. Non va cercata coerenza in Pasolini, lo perderemmo per sempre. Pasolini va semplicemente pedinato, come lui faceva con i suoi ragazzi di vita. Il suo pensiero legge il presente con gli occhi della tragedia greca: viene in mente Antigone dilaniata tra due leggi, quella familiare e quella dello stato. In questo groviglio, l’unico linguaggio possibile è quello della poesia e del mito, l’unica pratica la castità intesa come astinenza dall’acquisto, l’unico dove è l’altrove, l’Africa incontaminata e vera (Appunti per un’Orestiade africana, 1970). «L’Italia è un corpo stupendo, ma dovunque lo tocchi o lo guardi, vedi, attorcigliate, le spire viscide e nere di un serpente, l’altra Italia. Come si può fare l’amore con un corpo tutto avvolto da un serpente? Così comincia la castità».

Scontri a Valle Giulia nel marzo 1968

Dalla parte dei poliziotti

In quest’ottica, la ribellione del ’68 non è per Pasolini una rivoluzione, ma una rivolta interna alla borghesia; è un proclama contro i limiti al consumo, ai freni inibitori, è una rivolta semplice contro gli stili di vita, l’abbigliamento, le regole e i principi. In totale solitudine, lo scrittore condanna il movimento giovanile: «Ho paura della libertà che mi verrebbe dal tacere», scrive. Per lui i sessantottini sono ragazzi di destra, ecco perché si schiera con i poliziotti. Il ’68, dunque, non ha espresso cultura, semmai attivismo politico, che genera violenza, critica all’avversario, menzogna, pura lotta per il potere, in alcuni casi anche l’omicidio. E questo attivismo politico non solo inserisce elementi della cultura fascista entro l’estremismo di sinistra, ma favorisce anche la pacifica adesione a un’industria culturale mercificata e serializzata: in una parola, consumistica. Perché Pasolini non vuole distruggere il mondo, come scandivano gli slogan degli studenti, semmai lo vuole salvare dalla modernizzazione e dal consumo. Scrive con la consueta lucidità Silvano Petrosino: il ’68 è effetto «del diffondersi e soprattutto dell’affermarsi della società del consumo; o più precisamente: effetto del definitivo compiersi del passaggio da un capitalismo di tipo produttivo-industriale ad un capitalismo di tipo tecno-consumistico». A quel punto, la politica non può certo eleggere i migliori, semmai blatera di eguali. La spia che rivela il passaggio epocale è la lingua, l’italiano inteso come lingua borghese e non della nazione. È la lingua di una classe, non dell’intero popolo, perché l’Italia è stata fatta non dalla lingua, ma dalla burocrazia e dall’apparato statale. Questa lingua tende inevitabilmente a diffondere il proprio stile di vita, i propri valori e obiettivi, il proprio punto di vista come l’unico possibile e reale. «Tutti si giurano puri: | puri nella lingua, naturalmente… | segno che l’anima è sporca». Qui entra in campo la televisione, che esprime un’italianità media in tutto e per tutto, dal modo di vestire a quello di parlare, che sancisce una divisione tra chi può entrare nel dorato mondo dei consumi e chi, da fuori, si contenta di ammirarne il bagliore. Questo processo è sì bilanciato da altre compensazioni, ad esempio l’aumento del reddito pro-capite, ma è segnato nel suo destino ultimo. La tv non unifica, semmai fa «precipitare ancora più in basso chi si trova ad un livello inferiore»; a sua volta, il cinema propone modelli di comportamento che, seguiti alla lettera, promettono – ma ovviamente non garantiscono – successo e riconoscimento sociale. Come è noto, la fine di ogni illusione Pasolini la coglie nella scomparsa delle lucciole. Per il poeta questo aspetto è straziante e decisivo: «Io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola». La proposta di Pasolini è provocatoria, swiftiana: abolire la scuola media dell’obbligo e la televisione in quanto elementi cardine dell’omologazione.

Totò in Uccellacci e uccellini (1966)

Poesia, non politica

Ma qual è per Pasolini il principio speranza, per usare un’espressione cara a Ernst Bloch? Pur non essendo certo un ottimista, percorso com’è da un leopardismo profondo circa le magnifiche sorti e progressive, Pasolini si ricollega allo stato di natura, all’autenticità dei valori popolari, al sogno di un universo pre-tecnologico e pre-monetario. La sua resistenza passa anche per la valorizzazione del dialetto, della poesia intesa come ascolto dei senza voce, “riprodotti” da un poeta “laureato”. «Ormai la cultura popolare rientra nel campo dell’archeologia», confessa con tristezza. La soluzione dunque non è politica, ma pre-politica, ben lungi dal realismo di denuncia di tanta letteratura del tempo; una via eminentemente poetica, come nel passaggio di Uccellacci e uccellini in cui Totò dialoga con i passerotti saltellando e non cinguettando. C’è un rimpianto del passato, «una reazione sentimentale più che ideologica. Detesto tutto ciò che si attiene al “consumo”, lo aborrisco nel senso fisico del termine». Non a caso Pasolini va in traccia delle figure urbane che più si avvicinano e meglio rappresentano il tipo umano da lui vagheggiato, “scontornato” da un contesto sociale ormai irrimediabilmente compromesso dalla modernizzazione trionfante. Osserva i ragazzi delle borgate romane con occhio tenero e insieme da antropologo, capace di lucida preveggenza; li pedina per intere giornate, li ascolta in presa diretta quasi fossero membri di tribù scomparse: «Se io oggi volessi rigirare Accattone, non potrei più farlo. Non troverei più un solo giovane che fosse nel suo “corpo” neanche lontanamente simile ai giovani che hanno rappresentato se stessi in Accattone. Non troverei più un solo giovane che sapesse dire, con quella voce, quelle battute». A questa utopia fragile si raccorda l’epopea dei giusti nel solco del fratello partigiano scomparso, oltre alla valorizzazione del sacro, da lui contrapposto alle merci cui troppi sacrificano stipendio e vita.

Il sacro

Il cattolicesimo, certo cattolicesimo, diventa un importante punto di riferimento per Pasolini: non quello della semplice condanna della guerra o della mancata soluzione ai problemi sociali; semmai è il papa del dubbio che lo attrae, Paolo VI; il pontefice è infatti consapevole di essere di fronte al momento più terribile e ultimo delle umane vicende, la modernizzazione appunto. Questo papa lo convince per il costante interrogarsi, per il richiamo alla grazia donata da Dio, per l’esatta convinzione che il benessere distrugge il sacro. «Questo è certo: che se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo». Pasolini non è così ingenuo da pensare che la tradizione possa bastare a se stessa; la tradizione va semmai re-inventata da chi è disposto a pagare lo scotto di un nuovo tipo di santità. Il sacro è per l’appunto l’unica «prodigiosa invenzione» (Simone Weil) che può subentrare alla tradizione ormai annientata dall’industria del consumo. Occorre dunque ripudiare la cultura confezionata dai mass media per il popolo; l’arte è e deve restare faccenda elitaria, aristocratica, deve elevare e non costringere all’inchino. La cultura alta e vera richiede che ciascuno di noi sappia riappropriarsi del sacro in ogni gesto, scelta e azione. Bastano tre versi per capirlo: «Solo l’amare, solo il conoscere | conta, non l’aver amato | non l’aver conosciuto». O, se avete ancora tempo e fiato, i Versi del testamento, che incarnano il senso e la passione di una vita intera.

La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia una sola traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
È il mondo che così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

da Trasumanar e organizzar (1971)


Sono più che certo che sui semafori gay friendly Pasolini l’avrebbe pensata come me.

5 Commenti

  • Luisa Cardella Posted 9 Marzo 2022 11:52

    Bellissimo articolo. Molto esaustivo per conoscere colui che per quel periodo era un elemento scomodo e antipatico. Oggi si cerca di riabilitarlo ignari di quanto allora abbiamo perduto non volendo capirlo e conoscerlo.

    • claudio calzana Posted 9 Marzo 2022 13:27

      Davvero grazie, Luisa. Nonostante l'”aiuto” di Sapelli, non è stato facile scrivere questo articolo. E nemmeno è stato facile tornare alle opere di Pasolini, lasciate lì da anni per una valanga di ragioni, non ultima che questi libri erano di mia madre. Rileggendo il mio testo, mi pare troppo lungo; eppure mancano un sacco di cose, che mi sarebbe piaciuto trattare. E resta un quesito: che troverebbe oggi un adolescente nei libri o nei film di Pasolini? Lo sentirebbe vicino o estraneo? Temo la seconda ragione, proprio perché questi nostri ragazzi nuotano nei consumi e hanno perso per via la postura utile alla critica necessaria. Non so quale sia la postura, ma di certo non è la loro. Ci provo: anni addietro i ragazzi le mani le scatenavano per dar forza alle parole, durante le dispute gli occhi si guardavano dentro, i capelli si tenevano incolti, a incorniciare l’ovale. Oggi, le mani dei ragazzi sono prigioniere di qualche tastiera, non vedo negli occhi degli sprazzi di luce, i capelli son lì giusto a uniformare l’ovale. Sì, sono vecchio, o meglio sono giovane da molto più tempo di loro.

  • Vittorio Pepe Posted 5 Marzo 2022 16:27

    Ineccepibile analisi (come sempre), caro Calzana; analisi, per giunta, molto complessa, visto che si parla di una delle personalità più versatili, ricche e sensibili del nostro patrimonio socio-culturale e letterario.
    Grazie mille
    Vittorio Pepe

    • claudio calzana Posted 5 Marzo 2022 17:47

      Grazie infinite, caro Vittorio, complimenti molto graditi che vanno girati anche al professor Sapelli, ovviamente. Quanto a Pasolini, affrontarlo è davvero affascinante e complicato, ma rileggerlo, sia pur a sprazzi, restituisce un caleidoscopio di intelligenza e di visioni

  • Miriam Nava Posted 5 Marzo 2022 15:08

    Grazie, Pasolini meritava un pezzo così ben scritto e articolato.

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