Bastasse una piuma finta | a far lieve la nostra primavera, |
a far credere di lasciare in basso | tutto il peso troppo umano | che ci nega ai volatili d’aprile…

Saturi d’immagini informate, ci siamo a lungo seduti sul promontorio lucreziano del nostro benessere osservando il naufragio di altri popoli con la mesta scusa dell’impotenza a soccorrerli, oltre che per ritenerci non responsabili del loro disastro. Ma la terra ferma su cui poggiamo, qui, è solo un’illusione: stiamo su di essa come San Brandano sulla schiena del mostro Zaratan, che è uno dei nomi della Storia. Ignari d’essergli sul dorso, al suo colpo di pinna possiamo sprofondare senza preavviso. Per questo non bisogna mai trascurare l’invisibile, e ciò che con esso va inteso: soprattutto noi, che ci siamo sempre giustificati con la visibilità troppo distorta per la distanza dell’altrui disgrazia. 

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L’invisibile

Al sentore della primavera tutti gli uccelli si accendono di colpo. Si mettono d’accordo come allo scatto di un plurimo interruttore, e via: un grandioso coro atonale vibra su tutta la vallata. Sembra che l’aria e il cielo siano di continuo punzecchiati da miriadi di becchi slanciati nel melodramma ornitologico, ugole in sbaldore, autodidatte e senza maestri. D’altronde, meglio non averne, o averne avuti soltanto di veraci: dato che buon maestro è colui che sparisce dalla vita dell’allievo. Veri maestri sono coloro che si congedano e che, dunque, risultano inessenziali, inosservati, dimenticati. L’oblio reciproco, non permette forse l’emancipazione dell’allievo e la salute del maestro? Ricordo soprattutto la frase di un maestro primario, per aver detto una volta in classe: “ragazzi, siate sempre originali!” Una frase misteriosa che oggi interpreto come dovere di non tradire l’origine. Ovvero? Che il visibile della vita sia sempre collegato a un invisibile che lo riguarda, di pertinenza o anche solo di sfioro. Per esempio: che la mia dispensa rifornita sia in relazione consapevole agli stenti per fame, adesso, in qualche luogo del mondo di cui non conosco neppure il nome; lo devo sempre tener presente, benché magari qui non la si veda, quella fame terribile. Che la mia salute relativa sia sempre in confronto a quanti l’hanno perduta, adesso o poco fa, per cause naturali o per il morso delle tagliole della storia. Che la mia stilografica sia in rapporto implicito alla vergogna, adesso e in qualche luogo del pianeta, di chi non sa leggere e non sa scrivere, o non può farlo; che la mia baldanza in vita sia congiunta di continuo con la mortificazione di chi la sta perdendo o che mai l’ebbe: in persecuzione, in malattia, uomo o animale che sia. — Che il bisogno dell’origine sia questo collegarsi disperato del visibile con l’immane invisibile, incita a un’impresa di per sé spropositata, impensabile e fallimentare: non ci si può riuscire. Donde uno sterile “nichilismo partecipe” che però non si può raccomandare a nessuno. Di fatto, l’origine è l’impossibile legame di tutto con tutto, un legame che di per sé non tiene perché non può esser conosciuto, sofferto, accudito, coltivato e rispettato. Che nulla del mondo visibile possa esistere sul serio, con qualche significato, se non collegandolo all’invisibile, non è citazione platonica bensì stupefazione per la quantità di vita che ci travalica tutti e per la quale, fin dalla nascita, ciascuno è di continuo decrepito e, insieme, giovanissimo, come il coro degli uccelli di aprile. Vivere in bilico tra l’ultimo e il primo giorno, è come essere sprofondati e assorti nella fantasia di un’arte solinga, che rende tutto dorato anche quando siamo ingaggiati contro l’irredimibile ingiustizia del tempo quotidiano, quasi sempre armata di catastrofi grandi e piccole, locali e mondiali. Ingiustizia che noi stessi produciamo per trascuraggine, quando non ci sfiora nemmeno l’alito di ciò che tutt’intorno è per noi invisibile e che, purtroppo, è già in procinto di cadere nel dominio della disgrazia.


Penso che siate d’accordo con me: il signor Burder ha uno stile come pochi in Italia, forse nessuno. E non solo: disegna e scolpisce, compone musica e suona. In quest’ultima veste ha realizzato la colonna sonora del concorso 7 parole per un racconto.

8 Comments

  • Camilla Carrara Posted 1 Maggio 2022 12:23

    Da tempo non scrivo- da tempo non leggo come dovrei- grazie dott. Calzana per questo contributo che mi arriva come primavera delle mie emozioni sopite – sopraffatte dalla difficoltà e durezza del quotidiano; così, distante dalla totale consapevolezza dei miei privilegi, anche come rifugio per impotenza rispetto ad un significativo contributo al cambiamento, oggi ringrazio lei e chi mi ha donato questa vita migliore di tanti/ troppi altri.

    • Claudio Calzana Posted 2 Maggio 2022 08:46

      Sono io che ringrazio lei, gentilissima Camilla, per aver commentato il brano di Marco V. Burder; autore appartato, ma non certo insensibile a chi apprezza le sue prose e riflessioni

  • Franco Colombo Posted 13 Aprile 2022 22:33

    Che meraviglia di prosa… sontuosa

  • Annalisa Verzeletti Posted 3 Aprile 2022 21:13

    Già, e lo ringraziamo.

  • Miriam Nava Posted 3 Aprile 2022 09:55

    Aspettavo da tempo qualcosa del signor Burder, eccomi accontentata: racconto e disegno! Ha ragione lei, signor Calzana: lo stile di Burder è cristallino, non saprei a chi paragonarlo. Grazie di questo meraviglioso dono, che induce a riflettere su quanto abbiamo, e su quanto non va mai dimenticato.

    • claudio calzana Posted 3 Aprile 2022 10:22

      Gentile Miriam, sono talmente d’accordo con lei che ho inserito questo racconto di Burder nella categoria g.a.d.d.a. del mio sito, acronimo che sta per Grandi Autori Dimenticati Da Anni. Non so se il signor Burder abbia mai pubblicato qualcosa, o perlomeno non ne ho trovato traccia, ma mi sono persuaso che la sua lingua così tersa ed esatta meriti una simile collocazione. La sua è una voce insieme antica e assolutamente nuova e necessaria. Mi piacerebbe pubblicare altro di lui, se mai avrà la bontà di contentarmi, e contentarci.

      • Annalisa Verzeletti Posted 3 Aprile 2022 20:15

        E continueremo anche a sperare di poterlo incontrare, ma il Signor Burder meriterebbe di inaugurare una nuova categoria:
        g.ar.da s.
        (grandi artisti da scoprire)
        Ci sta….

      • claudio calzana Posted 3 Aprile 2022 20:44

        Chissà se il signor Burder approverebbe, mi sa che anche l’attuale collocazione non lo convince. Da quel che capisco è uomo appartato e schivo, e meno lo si coinvolge più si sente a suo agio. Menomale che ogni tanto vince la sua ritrosia e ci regala preziose tracce di sbaldore.

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