Sette poeti in riva al mare

Carlo Carrà, Marina (1932). Fondazione Magnani Rocca, Parma

Era un lettore onnivoro, eppure Borges diceva che «il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare». Anche i poeti italiani da sempre sono affascinati dal mare, e non a caso: abbiamo migliaia di chilometri di costa, il Mediterraneo è antico crogiuolo di culture e civiltà, luogo di scambi, incroci e conflitti. Per comprendere a pieno il «nostro» mare, basterebbe un rimando a «Breviario mediterraneo» di Matvejević, libro eccelso e insuperato; ma siccome stiamo ragionando di poesia, dici mare e ti viene in mente il vento di maestrale, quello che scombina il clima e per giorni signoreggia. Montale così si figura la quiete che ne segue il transito: «S’è rifatta la calma | nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta. | Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma | a pena svetta. | Una carezza disfiora | la linea del mare e la scompiglia | un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora | il cammino ripiglia». Il poeta non coglie il momento della furia, ma il dopo che s’acqueta, la bonaccia ritrovata.

Anche il livornese Giorgio Caproni in «Triste riva» canta la bufera trascorsa. «Sul verde-rame rugoso | del mare, la procellaria | esclama con brevi grida | la burrasca lontana. || Io a riva, anzi sul labbro | renoso ove schiuma | salina bava, solo | contemplo e comprendo intanto | il gusto della tua saliva». Versi che richiamano d’impulso il naufragio descritto da Lucrezio nel libro secondo del «De rerum natura»: «Suave, mari magno turbantibus aequora ventis | e terra magnum alterius spectare laborem; | non quia vexari quemquamst iucunda voluptas, | sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est». Ovvero: «È dolce, quando sul vasto mare i venti | turbano le acque, assistere da terra al gran travaglio altrui, | non perché sia un dolce piacere che qualcuno soffra, | ma perché è dolce vedere di quali mali tu stesso sia privo». Per quanto possa sembrare cinico, è inutile fingere: si prova piacere nel sentirsi al sicuro. Nel caso di Caproni, il poeta posa sì il piede saldo sulla riva, ma il profumo salmastro del mare lo tenta, lo sfida. Freme per la voglia di lasciare quel labbro renoso e dar retta alla salina bava, quasi fosse un canto di sirene.

In «Allegria di naufragi», Ungaretti richiama proprio questo gusto d’avventura: «E subito riprende | il viaggio | come dopo il naufragio | un superstite | lupo di mare». Dopo tanti conflitti e turbamenti, pur superstite, o forse proprio per quello, il poeta vuole osare di nuovo il mare. Non si rassegna alla terra ferma, il suo elemento naturale è comunque incerto, mobile e suadente, proprio come la vita. Guarda caso Mario Luzi vede nel mare la seduzione di un Narciso provocato dai venti: «Si ara, si pettina | si struscia | contro se stesso | il mare | pizzicato dall’aria, mordicchiato dal vento | nella verde-azzurra pelle». Qui l’acqua si fa pelle di un unico animale immenso e vivo, in eterno movimento, mai domo e sazio, in lite con il vento, o forse in gioco. È così: il mare si può intuire, annusare, talvolta indovinare per frammenti. Mai comprendere del tutto o possedere. Ben lo esprime il pesarese Gianni D’Elia, nella silloge «Sulla riva dell’epoca», che idealmente si richiama al Borges citato in esergo: «Qui stiamo. Aspettiamo, sulla riva | del mare, che appaia qualche segnale | che ancora non sappiamo».

A proposito di mare e di Montale: equoreo.

2 Commenti

  • Lidia Posted 4 Luglio 2021 16:38

    Grazie, suggerisco il grande Sandro Penna:
    “Il mare è tutto azzurro.
    Il mare è tutto calmo.
    Nel cuore è quasi un urlo
    di gioia. E tutto è calmo”.

    • claudio calzana Posted 4 Luglio 2021 16:40

      Grazie a lei, Lidia. Splendido esempio delle descrizioni di Penna, l’autore meno simbolico e dunque vieppiù intenso della lirica del secolo scorso.

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