Nudi e crudi

Alan Bennet, autore di Nudi e crudi.

Prendete un avvocato inglese di mezz’età, Mr Ramsone, pignolo quanto si conviene al ruolo; e una moglie svaporata al punto giusto. Tendete loro una bella trappola, qualcosa che non lascia scampo, e divertitevi ad osservarne le reazioni. È questo il succo di Nudi e crudi di Alan Bennett (Adelphi 1997), a suo tempo ai primi posti delle classifiche di vendita. Al rientro da una rappresentazione dell’amatissimo Mozart, i due protagonisti trovano la casa svaligiata. Succede. Solo che in questo caso i ladri, pignoli almeno quanto il proprietario, non si sono accontentati di rubare qualcosa, ma hanno proprio rubato tutto. Anche la moquette, il forno, l’arrosto, il battiscopa. Persino la carta igienica. Un furto esagerato, inedito, paradossale. Un furto che certo dispensa dalla fatica e dal dolore di ricapitolare a vantaggio della polizia i pezzi mancanti, gli oggetti di valore. Tutto più facile in vista dell’arrivo della polizia: non c’è bisogno di sforzarsi di ricordare che cosa manca, semplicemente manca tutto. I Ramsone dapprima si accampano in casa, facendo di necessità virtù. Poi si danno da fare per capire le ragioni di quanto avvenuto, e ne scoprono delle belle, che non vanno svelate per non togliervi il piacere di seguirli passo passo in una vicenda insieme logica e surreale. Dalla quale emerge la straordinaria maestria di Alan Bennett, scrittore quasi novantenne (è nato nel 1934), tutto sommato poco noto da noi. Giusto per dare qualche riferimento, i suoi monologhi sono particolarmente apprezzati nel mondo anglosassone (Anna Marchesini ne portò un paio in tournée), i suoi graffianti testi teatrali sono diventati film, come nel caso del geniale La pazzia di Re Giorgio. Tra gli altri vi consiglio La sovrana lettrice e Una visita guidata. Bennett va idealmente ascritto alla scuola dei drammaturghi di lingua inglese degli anni ’60, ovvero Osborne, Pinter, Delaney e Stoppard. Ma in ogni caso, sarebbe errato vedere in Nudi e crudi la sola maestria, l’artificio, la tecnica di un autore che manovra i suoi personaggi come pochi, li lascia fare e nel contempo li guida attraverso le maglie di una scrittura affilata e leggera. Nel testo c’è qualcosa di più. Quanto accade ai Ramsome è normale pur nella sua eccezione, un furto capita più o meno a tutti nell’arco di una vita. Proprio la banalità di questo male calamita il lettore, che porge volentieri attenzione alle esilaranti variazioni di Bennett. Innanzitutto un furto di questa portata in certo senso equivale alla promessa di ricominciare da capo. Vuoi perché gli oggetti, soprattutto nelle nostre case, la fanno da padrone: e il fatto di essere ridotti al nulla domestico ha per certi versi il sapore di un miraggio, di una promessa di felicità, di leggerezza. Vuoi perché – alla luce delle diverse reazioni dei coniugi – ci tocca parteggiare per lui o per lei: una volta recuperati i propri beni, per il pragmatico Mr Ramsone il furto si rivela un seccante ricordo, al più un aneddoto da raccontare agli amici davanti ad un buon boccale di birra. Alla deliziosamente umana Mrs Ramsone un furto così plateale suggerisce piuttosto che si può fare a meno di tante cose, visto che per un po’ si è fatto a meno di tutto. E allora forse la vita non è così prevedibile: la sorpresa di un furto smisurato fa sorgere l’attesa di qualcosa di nuovo, di diverso. Forse si può persino ricominciare daccapo. Se per il marito il furto nulla è stato, per la moglie proprio a partire da quel furto tutto avrebbe potuto essere.


William Somerset Maugham secondo me.

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