Maugham, la writing machine

Negli anni ’30 e ’40 scriveva un best seller dopo l’altro, veniva osannato a Hollywood, era letto e celebrato da molti. Insomma, William Somerset Maugham (1874-1965), inglese nato in Francia, è stato un autore celebre e prolifico: ha composto una ventina di romanzi, nove volumi di racconti, una trentina di lavori teatrali, più vari libri di critica letteraria. Una vera e propria “writing machine”, quasi quanto Simenon. Lui non amava darsi troppe arie: io sono soltanto uno che racconta storie, diceva. Ma certo ha saputo creare personaggi indimenticabili, di quelli che ti restano dentro per sempre. Ad esempio, la Mary di In villa (Adelphi): ragazza di buona famiglia, contesa da due uomini, non potrà che correre incontro al suo destino, in qualche modo inscritto nella sapiente trama. O il sacerdote tutto d’un pezzo piegato da una prostituta (Pioggia, in Racconti dei Mari del Sud, Einaudi, soggetto di ben tre diversi film). Tutto sembra regolato da una sorta di fato, complice in diversi casi un ambiente naturale implacabile, sordo alla presenza umana. Grazie a congegni narrativi perfetti, Maugham ha in pugno la vita e il destino dei propri personaggi. Ma a volte capita che questi lo sorprendano, gli prendano la mano. Nella Prefazione ad Acque morte (Adelphi), Maugham confessa che a volte i personaggi sono così prepotenti che si impongono allo stesso autore che li «lascia fare». Li osserva con passione fredda da entomologo, lui non a caso laureato in medicina, e registra le vicende dei suoi eroi di carta con il medesimo assillo da forzato della penna di Balzac o di Poe. Ben sintetizza questa condizione il dottor Saunders di Acque morte, personaggio che forse meglio di altri rappresenta il vero Maugham: medico radiato dall’albo per consumo di oppio, costretto per questo ad esercitare la sua professione nei più lontani lidi dell’Asia, con disincanto quasi regale Saunders si trova al centro di una torbida vicenda d’amore e morte. Come in molti racconti di Maugham, anche qui non ci sono figure vincenti, ciascuno deve scontare qualcosa: tranne forse chi fa scelte controcorrente come Frith, che passa la vita a studiare filosofie orientali e a tradurre poemi dal portoghese. Il dottor Saunders, invece, è di ben altra pasta: vive distaccato dalle cose, in un ambiente protetto e funzionale. Conosce i limiti del mondo e degli uomini, e non pretende certo di cambiarli. In Acque morte ricerca della verità (Frith) e indulgenza per la finzione umana (Saunders) beffardamente si incontrano. Una sintesi perfetta di questa oscillazione la ritroviamo ne La diva Julia (Adelphi), ritratto di un’attrice che vive recitando, abita cioè nella finzione. Una finzione che è ragione di vita, e che Maugham sente come propria perché parente prossima della creazione artistica. Ma proprio vivendo fino in fondo la finzione, Julia raggiunge una misura di verità circa se stessa, gli altri, la vita. L’attrice gli è così vicina che Maugham la assolve in un finale straordinariamente tenero e vero. Come la scrittura, anche la recitazione è finzione che regola la vita. Forse anche per questo Hollywood ha adottato Maugham. Il cinema mostra ciò che è nascosto tramite ciò che è visibile: i corpi e le voci dei personaggi sullo schermo. Così Maugham dà corpo alle sue creature per intrattenere, non per spiegare o insegnare qualcosa. In un gesto di squisita cortesia, lascia a noi lettori il gusto di andar oltre le apparenze e le finzioni. Nell’arte come nella vita.


La narrativa sa fotografare momenti di passaggio tra le epoche storiche.

1 Commento

  • Edo Campioni Posted 8 Settembre 2021 17:11

    Segnalo il suo “Taccuino di uno scrittore”, decenni di appunti dietro le quinte della scrittura

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