La chiave a stella, il capolavoro di Primo Levi

Da tempo sono convinto che La chiave a stella sia il capolavoro di Primo Levi, più degli straordinari Se questo è un uomo e La tregua. Se avete digerito questa prima eresia, siete pronti per la seconda: proprio in virtù della fama che gli deriva dai suoi primi due libri, Levi è un autore praticato solo in parte, e dunque può in certo senso appartenere agli scrittori da me etichettati con l’acronimo di g.a.d.d.a. (Grandi Autori Dimenticati Da Anni). Ma come, direte voi: La chiave a stella non ha forse vinto il Premio Strega nel 1979? È segno che la critica si era ben accorta del valore di questo libro, che narra le peripezie lavorative del montatore meccanico Libertino Faussone, Tino che si fa prima. Vero, ma confermo entrambe le eresie. Visto che non sono un critico patentato, vi prego di perdonarmi se mi prendo la libertà di scrivere quel che mi garbola.

In Russia

A Togliattigrad, nelle eterne pause concesse da un Paese immenso e inospitale, clima ostile e lingua comune favoriscono le confidenze tra il meccanico e il chimico. Levi è chiaro: vorreb­be farne un libro di questi dialoghi, Faussone è sostanzialmente d’accordo. Il romanzo prende così forma e vita nell’ascolto del montatore, che ha vissuto complicazioni lavorative in ogni regione del globo. Narra al chimico le sue avventure tra gru, tralicci, ponti e altri smisurati macchinari, gesticolando di continuo a rafforzare il verbo. Tino si tira dietro il suo parlato come una gerla da cui estrae voci regionali e affabulazioni tecnologiche. È vero che «ha un voca­bolario ridotto, e si esprime spesso attraverso luoghi comuni» (3), che spesso attinge alla cultura popolare, esibendo i vari Tarzan, Salgari, Charlot, Nichi Lauda e blugins, ma questo linguaggio è la tuta su misura per un montatore mecca­nico che ha girato per il mondo di cantiere in cantiere; tanto che, fin dalle prime righe, il romanzo esplode in una fantasmagorica ridda di espressioni professionali, gergali e dialettali.

La chiave a stella

I primi due libri di Levi erano figli della ventura (con la s davanti, magari) di un testimone, dunque libri della visione in presa diretta della tragedia e del ritorno a casa; La chiave a stella è semmai il libro dell’ascolto. Cambia il senso privilegiato dalla narrazione, l’occhio lascia spazio all’udito. E non è passaggio da poco perché, scrive Levi, «…come c’è un’arte di raccontare, solidamente codificata attraverso mille prove ed errori, così c’è pure un’arte dell’ascoltare, altrettanto antica e nobile, a cui tuttavia, che io sappia, non è stata mai data norma» (33). Qui non è Levi il testimone, come ad Auschwitz, ma Faussone. Lo scrittore fa un passo indietro, ponendosi in ascolto, e uno avanti, in direzione dell’altro da sé. Simbolo di questa nuova postura dell’Autore è proprio lo strumento che dà titolo al libro. La chiave a stella è sia l’attrezzo principe di Tino, «come la spada per i cavalieri di una volta» (74); sia, per via delle sei punte, un preciso richiamo alla Stella di David e dunque all’identità ebraica di Primo. È il ponte tra due mondi in apparenza lontani tra loro; e i ponti, dice Tino, «sono come l’incontrario delle frontiere e le frontiere è dove nascono le guerre» (106-107).

I legami

Anche il chimico Levi si occupa di creare legami tra elementi, sia pur infinitamente piccoli; rispetto a Faussone, lo scrittore ha il vantaggio di lavorare al calduccio, ma è messo peggio riguardo alla certezza che il suo “pezzo” sia venuto a regola d’arte. La carta «è un materiale troppo tollerante. Le puoi scrivere sopra qualunque enormità, e non protesta mai: non fa come il legname delle armature nelle gallerie di miniera, che scricchiola quando è sovraccarico e sta per venire un crollo. Nel mestiere di scrivere la strumentazione e i segnali d’allarme sono rudimentali: non c’è neppure un’equivalente affidabile della squadra e del filo a piombo» (47). Gli fa eco il montatore: «gli elettrodotti sono un po’ come i libri che scrive lei, che saranno magari bellissimi, ma insomma se viceversa fossero un po’ scarsi, parlando con licenza non muore nessuno e ci rimette solo l’utente che li ha comperati» (134-135).

Il lavoro per Tino

L’approccio di Tino all’oggetto da montare, e al lavoro in generale, si precisa nell’umanizzazione del manufatto. È il caso di un traliccio che «sembrava anche a quelle figure che si vedono nell’anticamera dei dottori, IL CORPO UMANO» (15). A un certo punto, pare abbia la febbre, come «una gran bestia che gli mancasse il fiato» (17), «una specie di bambino malato» che ha bisogno di un dottore che «gli mette l’orecchio sulla schiena, e poi lo tambussa tutto e gli mette il termo­metro» (18). Di fronte a certe “costipazioni” meccaniche, a nulla vale l’apporto di chi parla tricolore, cioè in italiano forbito: meglio non dare ascolto a chi ha i gradi sulla manica, ma a chi ha più mestiere degli altri, ovvero a chi ha il coraggio di perdersi in ciò che viene costruendo, sino al punto di montarlo dal di dentro; ereditando per questo una perenne claustrofobia: «io sono diventato un montatore convesso, e i lavori concavi non fanno più per me» (26).

Il lavoro per Primo

Lo stesso principio a umanizzare vale per Levi. Nell’ultima parte del libro, quando gli tocca narrare i casi suoi, anche lui “inciampa” nel gergo del chimico e in un parlato del tutto coerente alla situazione narrativa. Qui la corrispondenza si precisa: Levi è Faussone, e Faussone Levi, cosa che si svela e comprende nella citazione di Conrad posta in exitu al libro. Non abbiamo più lo scrittore razionale ed esatto, che ordina il fiume narra­tivo del montatore: no, il chimico si accalora per un problema legato alle vernici impiegate per i barattoli di acciughe. Sa di aver ragione, ma deve dimostrare ai russi come e perché si sbagliano. Le vernici che realizzo, scrive, «…assomigliano più a noi altri che ai mattoni. Nascono, diventano vecchie muoiono come noi, e quando sono vecchie diventano balorde; e anche da giovani sono piene di inganni, e sono perfino capaci di raccontare le bugie, di far finta di essere quello che non sono, malate quando sono sane, sane quando sono malate. Si fa presto a dire che dalle stesse cause devono venir fuori gli stessi effetti: questa è un’invenzione di tutti quelli che le cose non le fanno ma le fanno fare» (171). Nello svolgere un qualsivoglia lavoro, ciascuno dei due interlocutori «ci mette tutti i suoi sentimenti» (121); con il rischio che il resto del mondo, affetti inclusi e relazioni, resti tagliato fuori, o in perpetuo secondo piano. Faussone confessa ad esempio che «l’amico che a lasciar­lo mi ha fatto più magone … era una scimmia» (28). Il vero fuoco narrativo resta sempre e comunque il lavoro, il venire a capo di problemi parecchio rognosi, il tenere a bada capi e grattacapi; e questo è possibile solo se c’è vera passione per quel che si fa: «Io l’anima ce la metto in tutti i lavori… Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo amore» (40-41). Proprio ascoltando le parole di Tino, lo scrittore distilla una preziosa definizione di lavoro: «il termine libertà ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo» (145).

I due mezzi cervelli

Nel 1972 Levi dichiarava alla stampa che la sua attività di scrittore poteva dirsi conclusa. In verità, era ancora e sempre alla ricerca di una narrativa capace di legare – termine chimico quant’altri mai – le sue diverse identità: ebreo, chimico, scrittore, paladino della libertà contro ogni forma di repressione e indottrinamento. Ci aveva provato con i racconti fantascientifici di Storie naturali (1966) e Vizio di forma (1971), volti a mettere in guardia dai pericoli della tecnologia e del futuro prossimo venturo. Per via di tutte queste commistioni e complicazioni, Levi si definiva «un anfibio, un centauro», consapevole del cortocircuito necessario e produttivo tra memoria e futuro, chimica e letteratura, Lager e robot. Amava definirsi l’unione di due mezzi cervelli: quello analitico del chimico e quello sintetico dello scrittore. Levi che, in qualità di chimico, apparteneva alla tribù dei montatori, quelli che fanno sintesi degli elementi; e che, in qualità di scrittore, scandiva le sue storie con la certosina precisione – linguistica, lessicale, sintat­tica – del chimico.

La formula esatta

Nel 1975 Levi dà alle stampe Il sistema periodico: ventuno racconti, ciascuno dei quali reca il nome di un elemento della tavola periodica. Arpa, primo elemento, narra l’infanzia dell’Autore; l’ultimo, le peripezie di un atomo di Carbonio che si trasforma nel corso del tempo fino a terminare la sua avventura nel cervello dello scrittore che sta concludendo l’opera. Ma è ne La chiave a stella che Levi guadagna la perfezione, la saldatura senza sbaffi o soffiature tra i suoi due mezzi cervelli. Finalmente Levi dispone della formula esatta per legare tra loro le svariate identità che lo percorrono. La farlecca, cioè la cicatrice, ora non fa più così male, perché le molecole si saldano nel racconto, esatta espressione di valenze e legami. Qui l’identificazione tra meccanico e scrittore si fa totale: «Siamo rimasti d’accordo su quanto di buono abbiamo in comune. Sul vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, dello specchiarsi nella propria opera. Sul piacere del veder crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse vivrà più a lungo di te, e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso “forse un altro non ci sarebbe riuscito”» (52). E se per Levi, prima di questo romanzo, le storie erano giusto un «sottoprodotto» (154) del suo mestiere ufficiale, alla veneranda età di 55 anni decide di vivere solo di e per queste storie: «Del resto, non è detto che l’aver trascorso più di trent’anni nel mestiere di cucire insieme lunghe molecole presumibilmente utili al prossimo, e nel mestiere parallelo di convincere il prossimo che le mie molecole gli erano effettivamente utili, non insegni nulla sul modo di cucire insieme parole e idee, o sulle proprietà generali e speciali dei tuoi colleghi uomini» (148-149).

Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi 1978. Le citazioni sono tratte dall’edizione del 1979.

Altri miei g.a.d.d.a.

5 Commenti

  • Anonimo Posted 16 Maggio 2021 10:35

    Ho scoperto questo libro con Fiato ai libri 2019 ;in occasione dei 100 anni dalla nascita di Levi, ha ospitato la bravissima Elena Scalet che mi ha fatto scoprire meglio e anche rivalutare questo autore-associato sempre a” Se questo è un uomo”-.
    Ora mi diletto pure io a fare il narratore(vedi Letture sul comodino, Biblioteca di Seriate youtube) e aspetto il g.a.d.d.a su Tanara ;magari per la prossima lettura chissà
    Annalisa

    • claudio calzana Posted 16 Maggio 2021 12:22

      Ho provato a sbirciare Tanara, ma un agronomo del 600 è invero superiore alle mie forze, gentile Annalisa…. Io sto di casa nel 900, diciamo pure la prima metà e poco oltre, indietro mi perdo, per tacere di flora e prodotti della terra……

      • Anonimo Posted 16 Maggio 2021 19:41

        Un tomo in lingua antica composto da 7 libri dedicati in effetti….ho scoperto però che è ricercato dagli chef più gourmet in cerca di antiche ricette e pure dai cultori della birra, curiosi delle origini…
        Cinzia, non so come, il Testamento del Porcello ce lo ha trovato(della serie:il regalo che non ti aspetti:-o )e può essere pure che avrò occasione di declamarlo, si da mai:-) ,l’invito è assicurato! Grazie anche da parte mia

  • Federica Posted 15 Maggio 2021 18:58

    Confesso che non conoscevo il libro, l’ho ordinato subito per farmi perdonare. Il tuo pezzo invita davvero alla lettura, grazie

    • claudio calzana Posted 16 Maggio 2021 12:19

      Grazie mille, Federica, se ti andrà fammi sapere se il libro ti è piaciuto, come spero

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