Equoreo

Salvador Dalì, Cadaqués (1917)

Salvador Dalì, Cadaqués (1917)


E poi ci sono voci che ti saltano fuori all’improvviso: equoreo sta per marino, proprio del mare. Deriva da aequor-aequoris, che sta per superficie piana, richiama il mare quando è calmo davvero, non imbrogliato dal vento. Espressione nobile, che si slancia anche solo ad ascoltarne il suono. Montale la impiega per il tuffo di Esterina: “nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi: | noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo, | come un’equorea creatura | che la salsedine non intacca | ma torna al lito più pura di prima”. Equoreo vale anche per l’acqua dolce, d’altronde il Linati sul lago ha vissuto le sue giornate migliori: “Il lago era tutto uno sfavillio di lumi… E sulla voluttà di quell’Eldorado equoreo la tenerezza balsamica della notte estiva pareva versare una melodiosa perdizione”. Linati ha studiato al Cicognini di Prato, dove sui banchi anche il D’Annunzio aveva incrociato l’aggettivo: “Su dai campi terrestri e dai campi | equorei per lente onde un incenso | levasi al ciel come da mille altari”. Questa equivalenza di campi richiama l’origine prima della voce: aequum, superficie piana, che ci spiega da dove salta fuori l’aggettivo equo. Già, storie di voci e di parole.
 

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