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Mar 01 2019

Il quinto vangelo di un povero cristiano

1036813_20150515_mpomilio Concludi «Il quinto evangelio» di Mario Pomilio (Rusconi 1975, oggi disponibile presso L’Orma editore) e la domanda è d’obbligo: ma da dove salta fuori questo romanzo straordinario? Sembra una di quelle montagne che all’improvviso si ergono solitarie dalla pianura senza una ragione apparente. Ignoto ai più, come si conviene ai libri di valore, il romanzo si racconta in breve: a guerra appena terminata – siamo nel 1945 – un ufficiale americano scopre alcuni documenti che rimandano a un ipotetico quinto vangelo. Non un apocrifo, ma un testo in tutto e per tutto si accorda allo spirito della Parola rivelata, forse scritto dall’apostolo Giovanni. In breve, Peter Bergin, questo il nome dello studioso, dedica l’intera vita alla ricerca di questo fantomatico testo. Affiancato da una pattuglia di seguaci, il professore americano mette insieme quanto ritrovato tra svariate biblioteche e sperduti monasteri. Insomma, l’avrete capito: «Il quinto evangelio» è un romanzo densamente polifonico dove, in una cornice filologicamente molto realistica, l’autore inserisce lettere, commenti, lacerti, brani, chiose, tutti a evocare il vangelo perduto. E tanto più la cornice appare verosimile, tanto più straniante appare la costruzione dell’ordito, che si ferma sempre a un passo dalla certezza ultima e definitiva.
Sia chiaro, il romanzo non è di facile lettura: è come la montagna irta e sperduta di cui sopra. Ma se ti lasci catturare dal gioco sottile di Pomilio, dalle sue infinite variazioni, il libro ti regala intelligenza e luce a profusione. D’altronde la letteratura è essenzialmente finzione, e solo accettando questa sua natura può rilasciare il vero. Scrive Pomilio: «Il quinto evangelo, leggenda o realtà, ha rappresentato in ogni caso il versante della speranza, è la Parola che si rinnova, la verità in espansione, il bisogno che prova ciascuna generazione di rintracciare – o d’elaborare – da capo un suo vangelo». La vera letteratura la riconosci quando solleva dubbi, ripassa il mondo, rimastica verità. Persino se si tratta della Parola divina. «Il quinto evangelio» è vera letteratura perché il suo autore riesce a mettere in discussione in un colpo solo senso comune e auctoritas. Non si accontenta del dato di fatto, anzi discute, si accanisce, affabula. In una parola: si smarca dall’ovvio, svaria all’infinito e oltre. E la variazione, come è noto, è il principio cardine della scrittura vera, quella che non accetta la semplice descrizione, le cose come stanno, il mondo apparecchiato e vile.
Già, ma esiste un qualche libro e autore che ci aiuti a collocare questo romanzo fuori dai canoni? Pomilio era nato nel 1921 in provincia di Chieti; sempre abruzzese, nato una ventina d’anni prima, era Ignazio Silone. «L’avventura di un povero cristiano» – libro che quest’anno compie 50 anni tondi e narra la vicenda del gran rifiuto di papa Celestino V, l’eremita Pietro Angelerio del Morrone – sembrerebbe il tassello decisivo. Scrive infatti Silone in quel romanzo: «Dal momento che la Chiesa presentò se stessa come il Regno, cioè da Sant’Agostino, essa ha tentato di reprimere ogni movimento con tendenza a promuovere un ritorno alla credenza primitiva. L’utopia è il suo rimorso. L’avventura di Celestino si svolse, per un lungo tratto, nell’illusione che le due diverse vie di seguire Cristo si potessero ravvicinare e unire». Un nuovo vangelo, nascosto, segreto, proprio come quello vagheggiato da Pomilio nel suo capolavoro. Nelle pagine di Silone, Pomilio pare aver trovato lo spunto ideale, insieme alla certezza che la verità va ogni giorno tessuta e ritessuta, proprio come fa Penelope in attesa del suo uomo. Non a caso, quando apprende le intenzioni narrative di Silone, un vecchio frate commenta così: «Ne potrebbe venir fuori un divertente vangelo abruzzese». Già, l’utopia del quinto evangelio ricorda molto da vicino l’avventura di un povero cristiano.
 

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3 comments

  1. Andreina

    Credo che Pomilio sia in assoluto lo scrittore meno ascoltato del secolo scorso, parlo degli italiani ovviamente. Forse anche tra i meno letti, nonostante i riconoscimenti. Capita quando si è radicali, ovvero si va dritti alla radice delle cose, senza sconti o compromessi. Grazie per questa sua testimonianza.

    1. Claudio Calzana

      A me pare, gentile Andreina, che siano troppi i sopravvalutati. Da qui dipende quel che lei scrive, che sottoscrivo in pieno. Ma per mille e insondabili ragioni qualche autore brilla di più, e per questo motivo altri, magari altrettanto se non più meritevoli, si devono accomodare in seconda fila. La quale è nutrita assai, l’elenco sarebbe lungo certamente.

  2. Cesare

    E vogliamo mettere la Compromissione o Il Natale del 1833? Sempre di Pomilio, certo.

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