Nella marca del conte

Marco V. Burder ha dedicato una riflessione critica a ciascuno dei miei romanzi, più una postilla; un totale di cinque saggi, che pubblicherò settimanalmente a partire da oggi. Sono infinitamente grato a Burder per l’attenzione e la generosità, ma ancor più perché, in spirito di amicizia vera, non ha taciuto rilievi e dissonanze. D’altronde, siamo autori diversi per complessione, carattere, intenti e vocazione. Burder ha anche selezionato un’immagine per illustrare ciascun saggio, l’ultima è di suo pugno.


Jean-Michel Folon, Libre (1976)

Premessa doverosa
Chi s’imbatte in un’opera d’ingegno e ritiene di poterla soppesare, non deve mai dimenticare, soprattutto se dilettante come me, che lo soccorre pur sempre la massima di Spinoza: l’opinione che elaboriamo di quanto incontriamo dipende dal nostro carattere più che dalla natura di ciò che stiamo valutando. — Ideae, quas corporum externorum habemus, magis nostri corporis constitutionem, quam corporum externorum naturam indicant.

Itinerario
Ci si inoltra nella scrittura di Claudio Calzana con la facilità di trovarsi in un paesaggio d’antan, accogliente e smaliziato, che promette il passo leggero del racconto illuminista, qui e là increspato da impennate impertinenti, à la Diderot o à la Restif de la Bretonne. A conferma implicita di quanto scritto dall’enciclopedista summenzionato, occorre ribadire: mes pensées, ce sont mes catins, (i miei pensieri sono le mie puttane), motto che potrebbe a buon diritto etimologico sventolare sul Sorriso del conte. Il testo inizia con un’immagine singolare: l’ultimo rampollo maschio della casata, libertino e «puttaniere di vaglia» appena defunto, ha impresso un sorriso che non si spiega, per giunta commentato da un bizzarro famiglio, Bonifacio, con la sua salace esclamazione. Da qui si retrocede per tornare alle origini della famiglia nobiliare, e in questo primo tratto del suo territorio letterario la dinastia dei Salani, cardine della narrazione, si sussegue con trasferimenti, matrimoni, progetti educativi. Il trasferimento geografico del ceppo familiare avviene per la minacciata estinzione della propria fonte economica, eppure se ne trova una nuova e redditizia; i matrimoni sono accompagnati a latere, per la parte maschile, da soddisfazioni di bordello, che però rafforzano l’istituzione coniugale e la rendono ancor più necessaria per la tenuta della famiglia (vedi la metafora di Angelo Salani: la moglie Teresa come “fusibile” della sua esistenza, ovvero come “presa a terra” e sorvegliante di sicurezza delle sue acrobazie d’eterno adolescente birbone); le intenzioni educative, quando basate sull’estremismo pedagogico, si scornano nel cozzo con la realtà fisiologica dell’umano, così che al pre-romantico Jean-Jacques Rousseau subentra di rimedio il positivista Mantegazza. Dunque, tutta la prima parte del percorso genealogico (ovvero l’epoca del conte Lorenzo, di suo figlio Gabriele e del figlio di costui, Gian Giacomo) è narrata con lievità di tono e tollerante ironia nei confronti dei suddetti fallimenti, che tuttavia risultano un buon trampolino di promozione e di sviluppo ulteriore per i singoli personaggi della stirpe, ciascuno a suo modo: chi nell’aggiornato riscatto dalle difficoltà economiche, chi da quelle pedagogiche, chi da quelle matrimoniali. La vicenda del casato, durante le tre generazioni sin qui considerate, subisce una scossa narrativa con l’irruzione goliardica del cugino di Gian Giacomo Salani, Antonio Pisoni, che da spavaldo impenitente espone la sua trinità del bon vivant: Artemide, Bacco e Venere, per usare gli eufemismi della mitologia antica. Da questo punto la narrazione s’introduce in una zona meno geometrica, anche il linguaggio ne subisce un mutamento che asseconda il nuovo ritmo, dopo che il conte Gian Giacomo ha scoperto tardivamente le gioie annunciate dalla trinità del cugino, superandolo subito sul suo terreno in modo sorprendente. Ai canarini inoffensivi della sua prima giovinezza Gian Giacomo sostituisce i cani da caccia e gli uccelli da richiamo; alle solitudini malinconiche e impacciate sostituisce le bisbocce in basso volgo; alla vaghezza indolente dei sentimenti frustrati dalla castità obbligata, voluta dalla moglie per altro assai ispida, sovrappone un persistente successo erotico in compagnia di professioniste a pagamento. E per continuità con l’esperienza esaltante del bordello si giunge infine al concepimento dell’ultimo maschio della stirpe, Angelo Salani, dalla cui salma sorridente aveva preso avvio tutta la narrazione. Si ritorna lì: al punto di partenza, affidando all’amico d’infanzia di Angelo, poi sacerdote don Luigi Previtali, la ricognizione dei ricordi familiari e lo sviluppo delle indagini sul senso del sorriso mortuario del defunto nonché di una sua enigmatica clausola testamentaria. Qui la marca dei conti si affida a un nuovo punto di vista, che non è più quello degli aristocratici libertini, spesso sfuggenti e latitanti persino dalla propria vita, ma quello di un onesto sacerdote, educato alle pause e al silenzio sia nel pensiero sia nell’azione.

Tutta la marca del Conte, ovvero la sua dimensione narrata, è tramata dalla bonomia dell’autore, Claudio Calzana, che la racconta a volo d’uccello, con visuale disincantata e con lena non poco faceta, mettendosi volentieri a servizio del punto di vista dei personaggi, ovvero secondando persino alcuni dei loro discutibili atteggiamenti. Per esempio: l’indulgenza entusiastica verso la prostituzione, il diffuso e rassegnato deficit sentimentale dei Salani, il disinteresse al lavoro e alle fonti del proprio guadagno. L’invisibile, il rimosso, il retroscena, qui non fanno presa sui personaggi, e stranamente nemmeno sulla voce narrante che li accompagna volentieri, forse troppo presa dalla loro vitalità a testa bassa. E l’invisibile, o il non detto, comporta alcuni problemi non da poco: da dove vengono, e per quali traversie umane, le professioniste del piacere; cosa significa l’amore, e se mai l’amore coniugale, per i vari rampolli in successione della dinastia Salani; su quali basi sociali si fonda il benessere della loro famiglia e quali conseguenze personali ha l’arruolamento spensierato nelle squadracce di picchiatori fascisti, quand’è il loro momento. Tutto questo sorvolo, che apprezza i fenomeni della vita senza giudicarne il valore, potrebbe riepilogarsi nella visione a sineddoche dell’ultimo maschio della schiatta, ovvero Angelo Salani, in punto di morte: “il culo”. La parte per il tutto, ovvero il godimento senza fastidiosi contorni quotidiani (da qui la battuta che vuole le prostitute più apprezzate per il dopo che per il durante: spariscono a servizio concluso), e ancora la vita comoda senza indagare le difficoltà altrui che la sostengono, la riduzione al minimo di ogni responsabilità coniugale ed educativa, il fascismo come momento biografico di passaggio e come periodo che non lascia conseguenze morali in nessuno.

La lettura del Conte, per la natura stessa della sua marca ambientale, costringe infine il lettore al testacoda, per usare un’espressione allusiva di Angelo Salani; da una parte tutto scorre liscio, in allegro andante, così allegro da non lesinare molte battute briose, e così andante da sorvolare su situazioni di scabroso retroscena (prostituzione vantata, disamore coniugale, fascismo minimizzato, assenza di contrasto sociale, idillio esaltato del bon vivant). D’altra parte si prepara al finale che trasfigura il clima illuminista in quello romantico. Come per l’uomo-uccello di Folon qui sopra riproposto, che spicca il suo volo libero (Libre è il titolo dell’acquarello del 1976), così l’antropologia proposta da Calzana sembra d’impegno assai tenue: le sue storie intrattengono, stimolano al sorriso, come quello stampato nel rigor mortis sul volto di Angelo Salani, con tutta la malizia implicita nei suoi reconditi motivi. C’è da chiedersi: si sta forse percorrendo una letteratura a perdere, disimpegnata a oltranza e compiaciuta soltanto per il virtuosismo dei propri mezzi? Sennonché subentra l’importanza dello stile, la persistenza della tensione ludica che valorizza il testo e che rinvia a giudicarlo sotto altra specie. Ma quale? In apparenza vi sarebbe un vuoto amorale a individuare la commedia umana di Calzana, ma è un vuoto che dipende a sua volta dal colore, come l’uomo libero di Folon che prende forma e sagoma dalla tinta che lo contorna. Nel caso del romanzo, non è il colore campito dell’acquerello, bensì quello dell’intonazione verbale, un colore espressivo che si addossa al disimpegno esistenziale dei personaggi e che si avvale di un sapido distacco, di una costante esuberanza del dire, di sbalzi faceti oltre le aspettative linguistiche consuete. Si fonda in questo modo quella che fin da principio era da riconoscere come una particolare moralità della parola, ovvero tendenza ad avvalorare una svincolata concezione del mondo. Moralità tanto più libera e creativa quanto più ritagliata sul vuoto di ogni presa di posizione: moralità combinata con la leggerezza vernacolare dello stile, usato come programma poetico, come fedeltà a un’intonazione che attraversa i tempi storici e le loro circostanze per risaltare come vero protagonista di tutto il romanzo. Il quale, cominciato con l’allegro passo dell’arguto illuminista e con l’esplicita polemica contro Rousseau, attraversa in confidenza il registro del burlesco dialettale, della sovversione bassa del linguaggio (con lo straordinario personaggio di Bonifacio, colui che testimonia il motivo segreto del sorriso del conte) ivi compresa l’esegesi assai elegante dell’intercalare lombardo “pota”, per giungere attraverso il personaggio emergente, don Luigi Previtali, a una sorta di resa sentimentale stupefatta e incredula: perché finalmente il libertino ha scoperto per sé un amore profondo, coronato dalla senile proposta matrimoniale.

Breve conclusione
La storia dei Salani e dell’amico don Previtali si staglia sul vuoto, à la Folon, così com’è probabile sia per la Storia universale tutta. “Questo è l’uomo, anche questo è l’uomo”. E infine: “guardando dal buco della serratura la storia perde la S maiuscola e diventa molto più simpatica”. Se ne può narrare la catastrofe col tono leggero, con la noncuranza di chi si affida al menomo, ovvero alla devozione di un’amicizia, di una memoria personale, di un gesto d’affetto, prima che la voragine delle parole scritte a miliardi assorba nel vocio generale anche una storia come questa, e quanto le era dovuto.


Il sorriso del conte: sinossi, assaggi di testo, recensioni della stampa e dei lettori.

La mia trilogia secondo Marco V. Burder: Esperia, Lux, La cantante.

3 Commenti

  • Ida Bamberga Premarini Posted 1 Luglio 2022 19:50

    Bellissima e profonda recensione del romanzo “Il sorriso del conte”, ma io sono contenta di aver letto e commentato l’opera con sguardo leggero, sgombro e curioso, alla sua nascita editoriale. L’ho letta più volte, e sempre con lo stesso stupore per la freschezza del tono, la novità dello stile, la ricchezza (o la meschinità) dei personaggi e gli affondi nei momenti giusti, quando la Storia e la Vita si insinuavano nelle vicende narrate.
    Ma certo, qui ci si trova ad un altro livello, raffinato e culturalmente affascinante.

  • Nino Giannetti Posted 19 Giugno 2022 10:03

    Dopo aver letto questa analisi critica, mi vien voglia di leggere altro del signor Burder, che sicuramente ha scritto e scrive molto, di letteratura intendo, altrimenti non si capirebbero tanta intelligenza ed eleganza.

    • Claudio Calzana Posted 19 Giugno 2022 10:07

      Gentile signor Nino, che il signor Burder scriva come pochi è indubbio. Le allego a riprova il link a una sua prosa, uscita tempo fa su questo blog. Si intitola “L’invisibile”. Buona lettura. https://www.claudiocalzana.it/2022/04/l-invisibile/

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