Nel periplo delle Mura

Marco V. Burder conclude con l’analisi de La cantante la riflessione sui miei quattro romanzi. Anzi no: ha previsto anche una postilla, a breve su questi schermi.

Paul Klee, Vista di Kairouan

La differenza tra uno scrittore e un narratore l’ha definita in modo appropriato Walter Benjamin, a proposito di Leskov, da lui interpretato come autentico narratore. Scrittore è chi si collega a una tradizione letteraria per omaggiarla, per innovarla, per contrastarla. (Per esempio, in modi assai diversi: Italo Calvino, Tommaso Landolfi, Daniele Del Giudice e persino Cesare Pavese, se si legge la sua opera come contorno di miti e dei prediletti Dialoghi con Leucò). Ossequio o sovversione che sia, lo scrittore si atteggia nel linguaggio e nelle sue vicende storiche con impegno accurato nel riferire un proprio stato d’animo prevalente di fronte al mondo e ai suoi enigmi, anche quando la sua scrittura sia intonata nel registro “oggettivo”. L’impronta dell’autore sovra determina il testo e lo raccomanda per la sua riconoscibilità formale. Col narratore, pur non mancando le attenzioni inevitabili agli elementi di stile, ci si trova invece in una dimensione verbale che non è altro dalla trasposizione nel linguaggio di una specifica communitas, di un gruppo sociale, di una classe, di una voce collettiva a sfondo etnico, professionale, religioso, politico; trasposizione che può avvalersi di una tonalità “realistica” tanto quanto di quella simbolica ed esemplare: sia per cantare una problematica persistenza della communitas, sia per indicarne il declino e il disastro. (Per esempio: Primo Levi, Luigi Meneghello, Elsa Morante, Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Il narratore è in fondo il tramite di un’esperienza collettiva del mondo, del suo fiorire come della sua dissoluzione.  Da una parte la conseguenza storica e filologica di una lingua, con tutte le sue increspature e le sue avventure; dall’altra la celebrazione dello spirito di un popolo con tutte le speranze e con tutte le tragedie che lo hanno angustiato, esaltato o fatto sparire nel gorgo del tempo.

Il testo qui messo in lettura (La cantante), terzo di un percorso a personaggi fissi, vuoi per affezione dell’autore vuoi per necessità d’ispirazione, sembra propendere per la narrazione, impegnandosi non solo nella vicenda a sfondo semi comico proposta, ma ancor più nell’evocare di contorno il carattere specifico di una mentalità e di un periodo storico. Tuttavia, a ben vedere, i personaggi hanno le caratteristiche di maschere atemporali, come sono quelle della commedia dell’arte, ciascuno con i propri persistenti pregi e difetti, sia somatici sia psicologici, solo in parte attenuati o modificati dal loro incedere nell’età: potrebbero ambientarsi in altre epoche, e la loro natura di nipoti di Švejk non avrebbe bisogno di ritocchi significativi. Più che mutare nel profondo, questi personaggi tendono a invecchiare trascorrendo dalla Belle Époque al fascismo, fino all’epilogo, in certi casi deludendo il lettore (come il pianista cieco Locatelli, che passa da un amore commovente e delicato a un libertinaggio assai frivolo e sciatto), in altri casi stabilizzandosi in una sorta di saggezza popolana a mezza voce con cui finalmente si simpatizza apertamente (vale soprattutto per “il Curnis”, mentre del curnis inteso come cane non si sa più nulla). Il risalto maggiore, di primo piano sulla ribalta della recita, lo detiene ancora una volta il linguaggio utilizzato, che dunque indirizza queste narrazioni gergali nelle competenze di uno scrittore (Calzana) dotato di una particolare sensibilità per l’arguzia, per il gioco di parole, per la gnomica appena suggerita nonché per la sistematica sottovalutazione dei grovigli umani, descritti nel clima di una farsa divertita e provinciale anche nelle smentite o nel pieno fallimento. Fallimento che trova la sua costante definizione a partire dal lessico che lo descrive e che persino lo preannuncia per enfasi, senza cercare altre radici nei drammi storici o nelle loro avvisaglie già presenti all’epoca in cui è ambientata la vicenda in argomento: il fallimento è implicito nei caratteri, parla come loro, li anima dall’interno come un autentico destino, cifra di ogni umana esagerazione. Così che non sfigura nemmeno la brevissima apparizione di Giovanni Paneroni (“La terra non gira, o bestie!”).

Con gli strumenti accurati dello scrittore, in questo caso seguace in verbis della musa ironica, l’autore si insinua nel ruolo del narratore: è questo, forse, il risultato più interessante dal punto di vista letterario, ovvero da quel punto di vista che sorvola sulle capacità d’intrattenimento per confrontarsi con la creatività poetica, che ne rappresenta il prerequisito linguistico. La devozione al colore verbale è quanto spicca all’occhio del lettore, trascinandolo in questo ibrido originale: dello scrittore che indossa i panni del narratore, lasciando però bene allo scoperto la carta truccata che gli sporge dalla manica, così che nessuno si senta indignato se al gioco letterario Calzana la vince di nuovo. Ecco alcuni esempi di buona giocata.

La pazza fiducia dei sordi negli occhi, la candida certezza dei giusti nel cuore”.
Vicende umane, oggi lepre, domani cane!
Lui di suo viveva con poco, era uno di quei pretini magri come un cipresso che stan su a sospiri, giusto qualche boccone per non farsi portar via dal vento”.
Non era un uomo da star in bilico sulle punte di un pettine”.
In quanto donna del popolo, sapeva bene che non si perde l’appetito se una mosca ti casca nella minestra”.
… dileguandosi con lo sguardo smarrito nel fiatone”. (Efficace sinestesia).

Infine, la saga del quartetto (più comprimari vari) distribuita nei tre libri, si affievolisce nell’epilogo malinconico: Esperia che tenta, anche attraverso la film (con patetica resistenza lessicale) di conservare la memoria delle vicende narrate dall’autore, mentre il marito, pianista cieco, distratto e sempre più fastidioso, ne ignora l’importanza, dopo esser passato per motivi futili (ancorché animalisti) dall’adesione al fascismo alla sua avversione. Gli è bastato un cavallo maltrattato: e le distruzioni umane e materiali della guerra? Macché. Esperia, nel ricordo, evoca la sorte dei vivi e dei morti. Chi ancora ben messo nella vecchiaia (Romeo Scotti), chi imbarcato nel 1937 come cuoco fornaio (Carlo Milesi), chi morto da tempo (Dante Milesi, nel 1938, e l’impagabile Spiridione Curnis, il più infelice e malriuscito in vita, morto nel 1944, senza neppure un’autentico premio di consolazione dalla Ona). A Esperia tocca l’ultima parola, con il ricordo che è tuttavia corroso laddove dovrebbe evocare una rapina al convoglio di Buffalo Bill di cui nessuno ormai ha più notizia. Perché belli o brutti, vincenti o maltrattati, oggi sarebbero tutti morti. 

Tra i neologismi, o alterazioni stimolanti: “intranato”, alticcio (di chi troppo a lungo imboscato nel trani, ovvero l’osteria: vedi Trani a go go, di Giorgio Gaber). Cripto citazioni riconoscibili:
Parini (“giovin signore”);
Manzoni (il cielo di Lombardia “così bello quand’è bello”);
Proust, indiretto (“cosa fai, mi guidi [il bolide] con il bemolle?”; — vedi una serata chez Madame Verdurin, la baggiana arrivista. Un pianista suona. Charles Swann, alla fine, vuol essere gentile con lui. Perché? Gli sovviene di un concerto per violino e pianoforte udito l’anno prima; l’aveva colto “un grande piacere” quando, sotto la voce “esile e direttiva” del violino era emersa “… la massa della parte per pianoforte, multiforme, indivisa, piana e contrastante come il tumulto viola dei flutti che incanta e bemollizza la luna”.
Stan Laurel & Oliver Hardy, all’incirca (“Avete presente i piselli nella scorza? Ecco, uguale”. E i due comici: “siamo come due piselli in un baccello!”).
Pittima” (mia nonna e De Andrè).


Per saper di che tratta La cantante

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