Luigi Meneghello, il flâneur statico

Luigi Meneghello (Malo, 16 febbraio 1922 – Thiene, 26 giugno 2007)

Nato esattamente cento anni fa, Luigi Meneghello è uno dei miei scrittori preferiti. Le ragioni sono tante, ma forse può bastare un ricordo. Quando Andrea Vitali insisteva perché tirassi fuori un romanzo da un semplice racconto, mi lambiccavo per capire quale lingua usare. Ispirandomi allo scrittore veneto, e in particolare al suo Libera nos a Malo (1963), compresi che dovevo scrivere come parlavo e parlo, ovvero con una miscela non meglio garantita di termini alti e bassi, locali e nazionali. Dovevo insomma trovare la mia voce sciacquando i panni in dialetto, ripescando la parlata originaria della mia prima infanzia, con tutti i suoi viluppi di emozioni. La mia ambizione era perfettamente racchiusa in quel che Meneghello scrive in una lettera a Giorgio Bassani a proposito del suo libro più noto: «Il dialetto si dovrebbe vedere sotto, un po’ deformato per l’effetto ottico; alcune volte l’ho portato a galla di proposito, come per mostrarne [qualche] un campione, un esemplare, e vedere se una volta a galla respirava ancora. Secondo me respira ancora; però posso sbagliarmi».

A scuola
In prima elementare, il piccolo Luigi incontra l’italiano scritto: nuovi suoni e voci, lettere da tracciare con il pennino. Un esempio: per lo scolaro, l’uccellino conosciuto in classe semplicemente non esiste, o per meglio dire non sembra affatto vivo, anzi ha l’occhio vitreo di un reperto da museo. Ben altro è l’oseleto della lingua madre, che fin dal nome te lo vedi svolazzare per l’aria e beccare per l’aia. Questo è l’animale autentico, vispo e allegro, oltre che gustoso con la polenta; quell’altro è giusto il comune riferimento della comunità nazionale dei parlanti. Evidente il legame profondo tra il dialetto e l’infanzia, luogo magico delle parole che vivono di puro suono, senza bisogno di significato a rimorchio. A proposito, prendiamo l’espressione camio-rimorchio: quel che interessa l’autore è preservare quel suono dalla banale traduzione (camion a rimorchio), masticarlo per bene, esaltarne il sapore, evocare il mezzo mentre incede, potente e misterioso. Ecco il corrispondente passo in Libera: «L’ultima grande avventura della Ditta fu la spedizione in Africa di mio padre e dello zio Checco, con un camion. Avevamo sempre avuto una bassacorte di camion e camioncini: vetture e corriere finivano spesso così, sempre per mano di Checco. Ma questo non era solo un camion, era un camio-rimorchio (senza rimorchio però), un 34-fia che praticamente era una Sàura e infatti andava nàfata. Venne Monsignòr a benedirlo un pomeriggio sul tardi, e via. Stettero in Africa vari anni, e tiravano dei bei soldi».

Il flâneur statico
Nel presentare ai lettori il suo capolavoro, Meneghello precisa: «Questo libro è scritto dall’interno di un mondo dove si parla una lingua che non si scrive; sono ragguagli di uno da Malo a quegli italiani che volessero sentirli; e sono scritti, per forza, in italiano. Non mi sono proposto però né di tradurre né di riprodurre il dialetto; invece ho trasportato dal dialetto alla lingua qualche forma e costrutto là dove mi pareva necessario, e sempre col criterio che questi miei “trasporti” nel loro contesto dovessero riuscire comprensibili al lettore italiano». La differenza specifica rispetto ad altri scrittori è tutta qui: Meneghello non descrive una realtà, non narra una storia sentita da altri piuttosto che inventata di sana pianta, non dispiega una vera trama. No, Meneghello letteralmente si asside nel bel mezzo di Malo, vero fulcro della narrazione, e da lì si mette in ascolto. Come un flâneur statico, seduto al bar davanti a un caffè, lo scrittore coglie parole in dialetto che gli fanno sgorgare porzioni di mondo altrimenti perduto. La parola madre convoca dapprima altre espressioni familiari, poi le cose che a quel suono sono attaccate come la coda al cavallo.

Un filo di parole
Ancora un ricordo. Volontario in Irpinia dopo il terremoto del 1980, conobbi un artigiano che costruiva forni per il pane, forni perfetti a detta di tutti. Quel giorno, in dialetto, mi raccontò il suo metodo di lavoro: lui il forno lo costruiva da dentro, cioè si costruiva il forno attorno, pietra dopo pietra, per poi farsi tirar fuori dal pertugio riservato alla pala per il pane o la pizza. «Solo così, mi diceva, posso dare al forno la piega giusta». Come quell’artigiano, anche lo scrittore veneto si racchiude in Malo: in tal modo, grazie alla vòlta che imprime alla fucina, le voci gli giungono insieme vaghe e distinte, e può sfornare focacce – ovvero memorie – croccanti e saporite. Questo rapporto tra parole e luogo originario viene perfettamente còlto da Milo De Angelis: «Perché mai pensare che le parole siano nel vocabolario? Le parole esistono nelle cose che noi interpelliamo affinché si esprimano: è proprio lì che respirano! Quando noi torniamo nei luoghi che abbiamo amato, questi luoghi ci dicono: “Adesso che sei tornato, tu devi chiamarci con il nostro nome giusto, con la parola giusta, e questa parola la trovi in noi. Qui, guarda qui, e potrai decifrarla e ripeterla, e portarla nel mondo”» (Colloqui sulla poesia). Proprio come afferma De Angelis, e alla maniera di Caproni, Meneghello non descrive scene, ma evoca ambienti. La distinzione è decisiva: l’autore non racconta quel che ha visto o immaginato, ma si colloca entro i luoghi che da bambino gli regalavano stupore e conoscenza. L’espressione dialettale, come un filo, si tira dietro un intero mondo. «Ho un filo di parole, S’ciopascóndare contiene l’attesa nei nidi inaccessibili tra scogliere di bidoni, cataste di fascine; gli anfratti, le muffe, le ragnatele, le tane profonde sotto bastioni di bisacchi, nel fianco delle montagne dei bozzoli; il tempo che si ferma, i rumori che si chiudono, e il senso di essere usciti dal mondo e di stare a origliare». (Libera nos a Malo).

A orecchio
Il dialetto è anzitutto un calco da cui trarre l’opera in prosa; l’espressione dialettale, poi, ha il valore di un sigillo di autenticità, una sorta di marchio di origine controllata. In questo modo la narrazione non nasce astratta dal mondo e dalle cose, o peggio da qualche arbitraria visione personale; semmai origina in piazze e cortili, tra orti e case, e prende vita da puri suoni che, come lucciole, illuminano lo sprofondo emotivo del primo ascolto, intrecciando ricordi d’infanzia e narrazione presente. Ecco il terzo aspetto, decisivo: solo il dialetto può dire il nostro vissuto interiore, ad esempio le ferite più dolorose, mentre la lingua italiana si deve contentare giusto di qualche cicatrice. Tre gli aspetti che caratterizzano il dialetto, dunque, e tre le diverse lingue che si accavallano in Libera nos a Malo: un italiano di registro alto, dotto, talvolta arcaico; l’italiano popolare, ossia la parlata regionale; e la voce dialettale, presente quanto basta a rimarcare il senso di autenticità del narrato. Il dialetto nomina il mondo, lo assembla e recita in formule non controllate dalla ragione desta; l’italiano fossilizza quell’intenzione prima, la depotenzia, non evoca nulla, semmai indica, ostende, chiama. La parola italiana è un cartiglio appiccicato alla cosa, non è la cosa. La lingua comune è uno strumento, efficace in quanto condiviso, ma totalmente distante e altro rispetto allo stupore originario generato dalla lingua prima. Il dialetto, per Meneghello, è lingua mitologica, propria di Dio; l’italiano, invece, è lingua sociale, propria degli uomini. Per poter scrivere, l’Autore deve evocare la parola esatta, quella che scatena associazioni, che fa esplodere la propria carica mnestica, che evoca un filotto di ricordi. Voci dialettali che hanno l’inconfondibile sapore della prima volta, perché il mondo si è annunciato per loro tramite e suono. Di fatto, Meneghello scrive a orecchio: raccoglie parole ad altezza di bimbo, a un metro da terra, e le getta nella mischia delle libere associazioni e dei richiami.

Praxis della fragnòccola
Ancora un ricordo personale, una cena con Meneghello. Lui che racconta di un suo contributo a un convegno di studiosi ai quali cercava di spiegare che significa fragnòccola – in bergamasco: goga –, termine che in Pomo pero vien proposto così: «In senso lato, ogni colpo che sia insieme secco e d’assai piccolo momento; propriam. la bottarella scoccata rilasciando di scatto il dito medio, o più raram. l’indice, in precedenza ingaggiato col polpastrello del pollice. Inferto alla testa, è colpo di avvertimento o di dileggio. Nota che l’impiego dell’anulare è idiosincratico, o lezioso; quello del mignolo, canzonatorio». Bene, uno degli studiosi in ascolto non era arrivato a comprendere che il gesto riguardasse una mano sola, e arditamente ingaggiava il pollice di una mano con l’indice dell’altra. L’episodio è riportato in Tremaio, ma la mimica di Meneghello, quella sera, fu il pezzo forte della scena. Ed ecco il succo: quello studioso, ci diceva sorridendo Meneghello, probabilmente non è nato in provincia, facile che non abbia mai giocato per davvero, certo non conosce – o ha dimenticato – piazze e cortili. Qui ne va anche del modello educativo, come si legge in Fiori italiani: «D’ogni aspetto concreto del mondo importava la ratio, diciamo lo schema della funzione clorofilliana, non la banale realtà, […] e meno che mai la praxis, potare, innestare». Gli intellettuali figli di questa scuola sono gli stessi che riducono la provincia a bozzetto, irridono la presunta ignoranza e la solida parlata degli indigeni, così rozzi e tremendamente grossier; ovvero dipingono la realtà locale in chiave neorealistica, docile e astratta, contrapponendola ideologicamente – in quanto sana, semplice e buona – alla metropoli perfida e perduta. No, non è questo lo sguardo di Luigi Meneghello: niente bozzetti a schernire il volgo, ma quali letture ideologiche, ipocrite e fasulle. Il suo è uno bisogno di autenticità possibile solo ancorando la parola scritta al parlato originario.

Nóstos
In Libera emergono anche rimpianto e nostalgia per un mondo che non è più, e non potrà mai più essere: «Mi dicono che adesso si può andare alla messa anche alla sera. “È valida”, mi assicurano. Mi sento let down. “Scommetto che si può anche andare alla comunione senza essere digiuno dalla mezzanotte?” dico amaramente, come per dire uno sproposito. Invece è vero. Basta non mangiare per due ore. Ostia, ma dove andiamo a finire?». Sia pur in una cornice ironica, lo sconcerto – meglio: lo sconforto – di Meneghello è tangibile e disperato: «morendo una lingua non muoiono certe alternative per dire le cose, ma muoiono certe cose» (Pomo pero). Anche in questo caso, lo scrittore di Malo – anzi: da Malo – ci riporta all’infanzia, rievocando una lingua che non si limita a esprimere un mondo, ma che lo fonda ontologicamente. Queste voci arcaiche, apprese in forma di mito, vanno richiamate di continuo alla memoria, narrate e rinarrate: proprio come le fiabe che i bambini reclamano ogni sera, sempre identiche eppure sempre mirabilmente nuove.


Fonti

Luigi Meneghello, Libera nos a Malo, Mondadori, Milano 1989.

Luigi Meneghello, Pomo Pero, Rizzoli, Milano 1974.

Luigi Meneghello, Il Tremaio, Lubrina, Bergamo 1986.

Luigi Meneghello, Anti-eroi, Lubrina, Bergamo 1986.

Luigi Meneghello, Leda e la Schioppa, Lubrina, Bergamo 1988.

Luigi Meneghello, Fiori italiani, Rizzoli, Milano 2007.

Milo De Angelis, Colloqui sulla poesia, a cura di Isabella Vincentini, Book Time, Milano 2013.

Giulio Lepschy, (a cura di), Su/Per Meneghello, Milano, Comunità 1983.

Luciano Zampese, Prove di galleggiamento: il dialetto in Libera nos a malo di Luigi Meneghello, Versants 65:2, Università di Ginevra 2018.

1 Commento

  • Edo Posted 25 Febbraio 2022 18:46

    Di Meneghello apprezzo soprattutto l’ironia fondata sull’espressione dialettale, che rappresenta una sorta di lasciapassare per l’identità di ciascuno di noi

Aggiungi Commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *