Una giornata con Dufenne

C’è un romanzo che, all’ulti­mo momento, ho preferito non inserire nel mio articolo dedicato alla figura dell’inse­gnante nella letteratura italiana del ’900. In effetti questo libro racconta quel capita dopo la scuola, ovvero quel momento a volte bizzarro, a volte insipido, che segna i ritrovi degli studenti che celebrano l’antica maturità, o anche solo la convivenza nella medesima classe; ma il motivo vero è certamente un altro: al romanzo di Mario Tobino, Una giornata con Dufenne (Bompiani Editore, 1968), volevo dedicare un capitolo tutto suo, come cer­tamente merita, e conviene.

Mario Tobino (Viareggio 1910 – Agrigento 1991)

Quaranta anni dopo

In prima persona lo scrittore – scomparso giusto 30 anni fa, nel dicembre del 1991 – narra il ritrovo presso il collegio che l’aveva visto imberbe: «…all’àncora del cuore era rimasta quella data che si approssimava: la riunione degli ex-allievi lasseriani, di quei preti che mi avevano accolto, che mi avevano salvato, laggiù, nella mia appena superata adolescenza, dopo i quindici anni, appena sedici, e mio padre non sapeva più da che parte avviare quel suo maledetto figlio, che alle scuole della Medusa ogni pochi giorni sospendevano dalle lezioni per vasti periodi, e lo bocciavano…» (17). L’appuntamento ha un suo evidente sbalzo emotivo: «alle prime luci dell’alba ero già sveglio; mi piaceva, quaranta anni dopo, ritrovarmi là, dove per sette mesi ero stato imprigionato; e in più qualcosa mi batteva in petto come un dovere» (18). La giornata particolare si inizia in auto, per le colline toscane. Alla guida è Gastone Dufenne, «davvero un mio ex-compagno di collegio, sempre io stato a lui, e lui a me fedele, anche se lunghe erano state tra noi le fratture degli anni» (21). Già durante il viaggio i ricordi sbocciano naturali e si intrecciano al presente. Certo, il nome di qualche compagno di classe manca all’appel­lo della memoria, nonostante le fotografie consultate in una pausa del viaggio, quando il pilota mette «il faro destro in conversazione del folto cespuglio che si alzava dal labbro di un fosso» (29).

Il collegio

All’arrivo, il confronto con la realtà del collegio è straniante, deludente: «Guardavo in ogni angolo, a destra e a sinistra, frugavo per ogni spazio e parete, e mi pareva tutto più piccolo, più sciatto, più comune, non carico di sogni, non caldo, non vivo, non pulsante, com’era nella mia fantasia. Avevo davanti a me un modellino ridotto e polveroso della gigantesca costruzione che avevo dentro di me, addensata di tinte, succosa in ogni particolare, nelle cose e anche nelle persone». (39). Càpita allora che certi ricordi amari saltino su, inevitabili e feroci: «Quando io ero collegiale i confessionali non erano affatto così. Erano due tende, una destra e una sinistra; si entrava, il prete a corpo a corpo, ci si inginocchiava in mezzo alle sue gambe, lui abbracciava con la scusa della confessione, che l’adolescente avesse il massimo di confidenza a comunicare i suoi peccati. Non tutti, solo alcuni preti usavano così. Io c’ero stato, avevo visto, ero stato attento, con me vagamente avevano tentato, io mi ero ritratto. Erano due tende di concubinaggio» (43-44). La visita apre lo spazio ai ricordi e alle reciproche confessioni. La prima volta al bordello, la rissa che vide l’Autore protagonista a soli 13 anni, tanto da venire condannato, sia pur con la condizionale. Ed ecco scorrere i ritratti dei professori di un tempo: Giangiacomo Pacifico Violante, ad esempio, «ci parlava di D’Annunzio e delle sue conquiste amorose, apriva mondi diversi, a volte ci sembrava di affacciarci su Parigi» (49). Puntuale il ritratto: «Era un uomo pallido e magro, il profilo vagamente del luccio, di media statura; oculato nel vestire, alla moda di qualche anno prima, e parlava con ricercatezza, con voce che diveniva nasale nei punti culminanti del racconto» (49). Anni più tardi quel professore, l’unico con cui i ragazzi in collegio si divertivano, quello cui il Vate aveva rivolto parole di encomio sul campo d’Aviazione di Verona: ecco, proprio quel professore si sarebbe suicidato. Sui giovani di un tempo, inevi­tabile, aleggia un sentore di morte.

Il medico delle terme

La messa grande è occasione per la conta dei compagni di un tempo, sparsi tra banchi e navate. Ad esempio «Torricella era molle di incenso e di orazioni, il dorso e le natiche sparse di calde ragnatele, riconoscibilissimo, logico, aderente alla sua Chiesa» (52). Oppure quell’altro, di cui sfugge il nome, che andava «a prendere la Comunione con fanatismo; usciva dal banco, si dirigeva all’altare, la sua tiepida e morbida carne si trasumanava in proiettile» (61). Ma giusto a metà del libro, ecco, succede qualcosa. Un ex allievo, ora medico termale, evoca un nome, Pasi, che Tobino ben conosceva: partigiano, venne torturato per oltre un mese, rifiutandosi di fare nomi all’ufficiale tedesco che lo seviziava. «Il Pasi era bello, religioso, con tutti i numeri per diventare un martire cristiano, come poi divenne. Quell’altro recitava la scuola, astuto, raffinato. Il Pasi era un uomo; quell’altro un impiegato. Il Pasi un cristiano» (66). Così aveva detto al torturatore: «Tu difendi la tua patria, io difendo la mia. Continua pure» (69). Siamo al cuore del romanzo: vicino alla morte per le torture, Pasi riconosce la patria del nemico, il quale non riconosce quella del prigioniero. Ma l’ex alunno, che pure l’aveva conosciuto, riferisce non l’eroismo del partigiano, ma una debolezza del Pasi malato. Che sì, andò coi Partigiani, «ma non sai, tu non sai che per una malattia, perché si ammalò chiese scampo, domandò asilo, fu accolto da un nostro collega, proprio uno dell’ospedale, della nostra famiglia ospitaliera, dell’ospedale di Mondovì» (86). Insomma, per il medico delle terme, ex allievo senza nome, il Pasi era morto per un equivoco, perché era un illuso, per «bambinesco fanatismo», perché «aveva avuto disgrazia. Le sevizie e l’impiccagione erano accadute perché nel mondo c’è un destino cieco ed è inutile discuterlo, è cieco, e dunque a chi capita non si lamenti». (88). Il commento di Tobino a queste parole è lucidissimo e netto, e badate che siamo nel ’68: «Ora l’Italia era ufficialmente meschina, ufficialmente spicciola, esternamente inerte, gli uomini dormivano o sonnecchiavano, ma i fatti rimanevano tali. La nostra generazione aveva attraversato un periodo di sangue, di gloria, e qualcuno tra noi, un nostro amico, si era dimostrato eroe» (89).

Un libro partigiano

Queste parole rendono Una giornata con Dufenne un libro partigiano, quattro anni dopo l’uscita dei Piccoli maestri di Meneghello, romanzo che viene considerato l’ultimo del genere. Lo comprova anche il dialogo finale tra Tobino e l’antico compagno, dialogo che testimonia ideali magari già al tempo ritenuti eccessivi o fuori moda, per molti privi di un rapporto plausibile col mondo così com’è, nella sua meschina prosaicità, ma che per l’Autore non hanno mai smesso di essere tali: «“I partigiani sono considerati i benefattori della patria; subito dopo i nostri connazionali tutti uniti li insultano, li dichiarano ladri e delinquenti; dopo un altro periodo non sono più neppure criminali, soltanto vigliacchi; e poi, dopo un altro periodo ancora c’è caso che la maggioranza degli italiani dichiarino con tranquillità che i partigiani non sono mai esistiti. Non ho più voglia” ripetei “Pasi per me è sacro, ne dicano bene o male non importa. Per me è come San Giuseppe per una bigotta, è in cielo”» (135). Mario Tobino, scrive Cesare Garboli in La stanza separata (1969), «riconferma la sua vocazione a concepire la letteratura, con tranquilla consapevolezza del proprio anacronismo, come eroismo e come passione» (243).

Amatissimi pazzi

A fine giornata, Tobino rientra in manicomio. Solo qui trova conforto, i suoi matti lo proteggono da quel mondo di fuori «diviso in quei pochi che pensano liberamente e la moltitudine che ubbidisce alle abitudini stampate in milioni di copie» (108). «Io con voi matti,» scrive nel finale, «sempre con voi» (143). È una scelta di campo, una scelta di vita, che lo vedrà 10 anni dopo osteggiare la legge Basaglia, quella che avrebbe portato alla chiusura dei manicomi. Si chiedeva Tobino, preoccupato e affranto: che ne sarà dei miei amatissimi pazzi? Che ne sarà di quelle persone certamente difficili e sghembe, complicate nelle faccende di tutti i giorni, ma capaci di uno sguardo altro sul mondo, in grado come nessuno di restituire senza fronzoli o finzioni una conoscenza autentica della realtà? E non dimentichiamo l’apporto creativo dei cosiddetti matti: i quali, si badi, hanno lesioni di tipo intellettivo, d’accordo, ma non di tipo logico – ce lo ricorda Foucault – e mai di sentimento o di emozione. Convinzione, questa, propria anche di Fellini, che di matti se ne intendeva, e che di Tobino fu amico fraterno, oltre che falotico contrappunto visivo.


Le citazioni di Una giornata con Dufenne sono tratte dalla prima edizione del 1968, Bompiani Editore. Il romanzo è oggi disponibile negli Oscar Mondadori.

1 Commento

  • Elena67 Posted 13 Novembre 2021 11:57

    Tobino è uno dei miei scrittori preferiti eppure confesso che non ho mai letto questo libro. Grazie infinite, davvero

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