Letteratura per la Giustizia

Va bene, mi contraddico, lo ammetto. Dopo aver scritto che non leggo opere recenti, che mi occupo solo di letteratura di almeno 30, meglio 50 anni fa, confesso che ho partecipato in qualità di giurato al Premio Letterario Nazionale Letteratura per la Giustizia, organizzato dal Consiglio Nazionale Forense, dalla Fondazione dell’Avvocatura Italiana e dal suo quotidiano, Il Dubbio. Tre le sezioni: poesia, racconti e romanzi, più di 80 le opere pervenute, dedicate a temi e protagonisti della giustizia, della difesa dei diritti e del mondo carcerario. Tra gli autori, non solo avvocati, ma anche figure e professionalità che gravitano intorno al mondo affascinante e complicato dell’esercizio delle leggi.

Ora, visto che la letteratura dei nostri giorni non mi interessa più di tanto, perché mai, mi chiederete, ti sei letto gli scritti di persone che non sono scrittori di mestiere? Ecco, è proprio questa la ragione: il terreno in cui si muovono queste opere è espressione, talvolta davvero sorprendente per qualità, di una alta e nobile necessità di scrivere, nutrita da letture vaste e profonde, ben oltre quelle utili all’esercizio della professione. Se un avvocato, per fare giusto un esempio, trova tempo e motivazioni per distillare storie ed emozioni, vuol dire che la legge del mercato – perlomeno in prima battuta – non è chiamata in causa. Certo: ci sta eccome che chi scrive sogni di vedersi pubblicato, ma quel che mi ha attratto e convinto è il bisogno di scrivere di questi autori, bisogno che in primis vale più dell’opera finita. Chi scrive, anche solo per abitudine e diletto, sa che la parola scava percorsi di senso in precedenza sconosciuti allo stesso scrivente. Scrivere regala senso al mondo e alle sue fole, che altrimenti scorrerebbero irragionevoli e perdute; per questo chi scrive, soprattutto da dilettante, ai miei occhi mostra una disposizione umana confortante e bella, che merita incoraggiamento e attenzione.

Ieri al Salone di Torino è stato bello condividere l’emozione degli autori, la sorpresa dei premiati, chiacchierare con alcuni sul perché scrivere è faccenda necessaria. Nelle motivazioni, noi giurati abbiamo cercato di far comprendere che si tratta di opere di valore, che meritano il tempo speso a farle vive. Mi chiedo se questi scrittori sanno che ora comincia la fase più delicata, e dura. Il mio primo romanzo, Il sorriso del conte, per via di un’urgenza febbrile che non vi sto a dire, l’ho scritto in tre mesi, ma per sistemarlo ci ho messo quattro anni; e senza un editor di grande valore come Marco Beck, che da qui saluto con affetto, sarebbe comunque rimasto immaturo e sghembo. A pensarci bene, aveva ragione Gesualdo Bufalino: i romanzi migliori, diceva, sono quelli postumi, quelli cioè che non pubblichi, ma continui ad infinitum a migliorare. Così stava facendo con il suo Diceria dell’untore, che limava da chissà quanti anni, quando Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio lo convinsero a pubblicare. In fondo, uno scrittore non dà alle stampe un’opera, semplicemente a un certo punto la abbandona: e questo è parecchio doloroso, vi assicuro. Ecco, agli autori di questo concorso auguro la medesima pazienza operosa che aveva Bufalino, indifferente com’era alle lusinghe del mercato; in attesa che uno Sciascia redivivo regali loro la gioia, e il tormento, di vedere la loro opera stampata, compiuta e viva.


Quella volta – l’unica… – che un concorso letterario l’ho vinto io…..

2 Commenti

  • Ennio Pinalli Posted 18 Ottobre 2021 20:24

    Quando sono seri, i concorsi letterari sono preziosissimi, vedi il Calvino per fare un esempio. Non sapevo di questo concorso, dove posso trovare le opere vincenti?

    • claudio calzana Posted 18 Ottobre 2021 20:36

      Gentile lettore, il numero odierno del Dubbio ospita tre pagine dedicate al concorso e ai vincitori. Sul sito del quotidiano può trovare il pdf scaricabile, il numero del lunedì è gratuito. Ecco il link: https://www.ildubbio.news/

Aggiungi Commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *