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Feb 17 2019

Le “Camere” di Tondelli

Pier-Vittorio-Tondelli Trent’anni fa con “Camere separate” Pier Vittorio Tondelli concludeva la sua carriera letteraria, di lì a poco ne sarebbe andato a soli 36 anni stroncato dall’Aids. A legger d’un fiato i suoi quattro romanzi non bisogna scordare che un intero decennio divide “Altri libertini” (1980) dalla sua ultima prova: nel primo libro andava in scena la Bologna studentesca, sgangherata ma a suo modo persino materna. Storie estreme, racconti duri di giovani che ci danno dentro a provare di tutto, a vanverare per locali, a spolmonare per la via Emilia. A suo tempo molti plaudirono il racconto di una generazione, pochi invece hanno saputo cogliere la sofferta generazione del racconto, la scrittura solo all’apparenza automatica, semmai ricca per accumulazione di gerghi e filtrata eccome di letture alte: le bande di Celati, le complicanze gaddiane, le ossessioni di Isherwood, la cifra di Arbasino, giusto per ricordare qualche debito.
 
La superficie inganna
“Pao Pao” (1982) racconta invece una vita militare all’apparenza scanzonata e gaia. Non è proprio così, ancora la superficie inganna. Di fatto proprio in caserma ci si accorge che gli amici spariscono in un amen, basta un ordine di servizio e via, chi li vede più. Le molte infrazioni e scappatelle portano provvisoriamente gioia, e definiscono l’identità omosessuale a protezione di un io messo in croce dalla onnipresente istituzione.
È un anno vissuto di corsa, con un ritmo forsennato che la scrittura restituisce appieno, in una babele di linguaggi e corpi: poi i compagni di naia si sparpagliano, si acutizza il dolore della solitudine e dell’abbandono. Non a caso il finale di “Pao Pao” mostra il ragazzo amato dal protagonista che non riesce nemmeno a restituire uno sguardo d’intesa perché, durante una solenne parata, “non può muoversi lì intruppato e incastrato da far paura”. “Pao Pao” è un addio ai personaggi sghembi di prima: è un Pinocchio paradossale, i ragazzi deliziosi compagni di naia partoriscono il burattino dell’età adulta.
 
Rimini
Con “Rimini” (1985) Tondelli sperimenta la fiction, il racconto giallo. Qui felicemente tutto scorre, la vita pulsa scomposta in sei storie diverse che convergono nella cittadina simbolo di eccessi provvisori, stagionali, poi rinnegati ad ombrelloni chiusi. In superficie il romanzo pare un ammiccamento ai best seller internazionali, tutto scrittura veloce e intrighi. Ma mai come in questo caso Tondelli pare controcorrente, dimostrando che in Italia si può scrivere oltre certi modelli e stili: basta narcisismi, sembra dire, non c’è solo il romanzo storico, cerchiamo di andar oltre le derive filosofiche.
E anche nel suo romanzo più ambizioso incombe il tema della solitudine, la separazione. Un tema che confina da un lato con la rinuncia all’amore, dall’altro con la caparbietà di una passione che ogni volta miracolosamente rinasce. La domanda è sempre quella: se sia possibile amare senza soffrire, poi, il distacco inevitabile: e nel deserto dell’abbandono Tondelli è nello stesso tempo eremita e diavolo tentatore, senza trovare requie né misura.
 
Un modello possibile
Dimostrandosi scrittore vero, Tondelli cerca e trova una risposta al dolore dell’abbandono proprio all’interno dell’arte sua: grazie alla scrittura egli delinea un modello possibile. Un percorso portato a compimento con Camere separate (1989), fin dal titolo profetico di un possibile amore senza invasioni di campo, senza ferite a venire. Nel libro più autobiografico e vero di tutti gli altri, Tondelli guadagna alfine la terza persona, e racconta il percorso di emancipazione dal dolore per la perdita del proprio compagno.
Lo scrittore finalmente scopre che la sua diversità vera, definitiva, è la scrittura: “il dire continuamente in termini di scrittura quel che gli altri sono ben contenti di tacere.” Ora tutto è chiaro: la scrittura salva, è possibile redenzione. Per ogni evento della vita la scrittura concede il visto, il lasciapassare. Tondelli non si limita banalmente a raccontare ciò che ha vissuto, piuttosto vive, riesce a vivere ciò che potrà piegare a narrazione. La scrittura guida, distilla, seleziona.
È una scossa, una rivelazione. Come dice nei privati “Biglietti agli amici” (1986): “Ora, invece, tutto lo interessa e lo riguarda perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà.” Così il miracolo si compie: la scrittura si fa corpo, e il corpo voce.
 

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3 comments

  1. Giancarlo

    Tondelli per me è stre-pi-to-so!

  2. Francesca

    Il bello di Tondelli è che con gli anni migliora

  3. Alessandro

    Grazie infinite per questo splendido ricordo di uno dei miei scrittori preferiti.

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