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Gen 20 2019

Giuseppe Berto e il suo “Male oscuro”

centenario_archivio Allergico alla combriccola di Moravia e soci, dalla quale viene cordialmente disprezzato, stimato da Hemingway, iscritto fin da giovane al partito di coloro che si ostinano a stare dalla parte che ritengono giusta, cioè contro tutto e tutti, Giuseppe Berto è scrittore sconosciuto ai più. Eppure «Il male oscuro» (da poco ripubblicato da Neri Pozza) nel 1964 vince sia il Viareggio sia il Campiello, lasciando di stucco quella critica che lo etichettava come un dilettante. Berto viene emarginato perché non appartiene a questa o quella consorteria, schiva i salotti romani, non sopporta che la società delle lettere si regga sulle raccomandazioni. È un tema attualissimo, in buona sostanza la faccenda zoppica ancora così. Conscio del proprio valore, Berto affronta gli intellettuali radicali che strapazzano o peggio ignorano le sue opere. Il mancato riconoscimento e il senso di colpa per la morte del padre sono tra i motivi che lo portano alla alla nevrosi, malattia con la quale ingaggia il corpo a corpo che alimenta «Il male oscuro».
La vicenda narra di un intellettuale giunto a Roma dalla provincia. Sceneggiatore per produttori cinematografici di mezza tacca, si muove in un mondo fatuo che richiama «La grande bellezza» di Paolo Sorrentino, vagheggiando la stesura di un capolavoro che resta fermo al capitolo tre. Male oscuro è espressione gaddiana, ma è Berto che l’ha resa metafora assoluta di una condizione umana senza tempo. «La nevrosi – scrive l’Autore – è una malattia basata sulla paura. Paura di tutto: della morte, della pazzia, della gente, della solitudine, del movimento, del futuro». Dimensione che il protagonista apprende fin da piccolo: il senso di inferiorità nei confronti dei ricchi borghesi, l’esperienza in collegio («una quantità di sconforto che un bambino non è in grado di sopportare restando bambino») e soprattutto la lotta con il padre, «durata sessant’anni e quattro mesi per non dire di più. A nulla valgono il matrimonio e la nascita di una figlia, a nulla vale raccattare lavoretti che permettono di sbarcare il lunario. I medici minimizzano, irridono, spennano, ma l’angoscia resta.
L’oscurità di questo male non dalla complicata diagnosi o dalla tortuosa terapia. No, dipende dal fatto che la sofferenza si annida nel nostro sottosuolo, luogo unico e differente per ciascuno, come ricorda Emanuele Trevi nel saggio che correda l’opera. Precisa Gadda nella Postfazione: «Nevrosi propria dello scrittore narrante in prima persona e paziente consapevole del proprio patire ma incapace a dominarlo: psicosi, cioè follia dei “rimanenti” assunti a persone del romanzo: psicosi di mezzo il mondo, destino, forse, dei più tra gli umani». Non è certo un caso se la narrazione si snoda in un lucidissimo e implacabile flusso di coscienza che non dà requie al lettore, un monologo da togliere il fiato. La punteggiatura è minima, l’affabulazione continua, le reiterazioni ossessive. È la scelta stilistica ideale per rendere quel che il nevrotico avverte, l’oppressione al petto, il malessere che se lo scruti da vicino non ci cavi niente, il calvario da sintomo a spasimo.
Una voce attualissima, quella di Berto, che si aggira tra Svevo e il già citato Gadda. Ben altra cosa rispetto a certi romanzi dal periodare sincopato e asfittico che van di moda oggi. Vien da dire che i libri migliori, ancorché premiati, pochi li leggono per davvero, o perlomeno se li ragionano per bene. Sono opere che se ne stanno per conto loro e defilate, scritte da autori malmostosi e scorbutici che di mestiere fanno il contropelo al mondo. Libri che meritano lettori seri, e certamente rari.
 

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