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Nov 02 2009

Il mio primo giorno da insegnante

Correva il 1977, l’inizio di novembre, 32 anni fa giusti. Avevo diciannove anni, e per uno di quei casi della vita per cui se ti deve capitare ti capita, sono stato chiamato a far supplenza alle medie di un paesello della val Seriana in provincia di Bergamo. In quanto iscritto a Filosofia, ovviamente mi hanno assegnato la cattedra di Tecnica, le “Applicazioni tecniche” di un tempo. Arrivato sul posto, subito scopro che la mia sede di lavoro non è la scuola, bensì la sede staccata, ovvero l’oratorio. Vado in cerca della chiesa: finalmente entro in classe -una terza media perlopiù popolata da maschi- con un discreto ritardo sulla tabella di marcia. Parecchi ragazzi stipati in uno stanzone lungo e stretto. Mi accoglie un vociare in dialetto, non li guardo neanche in faccia e mi tuffo sul registro di classe. Quelli mica smettono, figurarsi. Alzo lo sguardo, niente. Provo con un “Alùra?” [Allora?]. Silenzio immediato nella classe. Montandomi la testa, duplico con un “E proà a mocàla?” [E provare a smetterla?]. Dalla classe un grido terrorizzato: “Chesto ‘l capèz, l’è mia terù” [Questo insegnante comprende il nostro dialetto, non è un figlio del nostro splendido Sud].
Rimediata un po’ di attenzione, mi avventuro sul programma: mi snocciolano tre o quattro argomenti di cui non so assolutamente niente. Traccheggio: “Il libro di testo?”. Dal fondo si alza un ragazzino, si fa tutta l’aula con il libro in mano e me lo lascia sulla cattedra. Io me lo sfoglio, perlopiù non ci capisco una fava. Mi scappa l’occhio, il ragazzo è ancora lì in banda. Gli chiedo: “Devi dirmi qualcosa?”. “Sì”, fa lui. “Dimmi”, faccio io sul comprensivo. “Ma al la za lü che ‘l me pare al ma regalàt la baioneta del militàr?” [Ma lo sa lei che mio padre mi ha regalato la baionetta di quando era militare?]. Non ho il tempo di approfondire, che il ragazzino estrae l’arma, se la gingilla per un secondo tra i risolini degli altri e poi la conficca in mezzo alla cattedra nel trionfo generale. Giuro, è tutto vero. Ora, mettetevi nei miei panni: potevo spedire il ragazzo dal preside, convocare i genitori, scrivere una nota sul registro, potevo anche chiamare i carabinieri. Ma era pur sempre il mio primo giorno di scuola. Ho dato un occhio fuori dalla finestra, in cerca di ispirazione. Si intravedeva il campetto dell’oratorio: “Facciamo due tiri?”, ho buttato lì. Boato e fuga dei marrani, che recuperano un pallone e mi attendono belli schierati sul campo. Il mio primo giorno da insegnante l’ho passato così, un paio d’ore a rincorrere dei ragazzini felici.

 

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