Se nemmeno Berkeley passa l’esame…

George Berkeley. Sta’ a vedere che quelli sullo sfondo sono suoi schiavi.

La notizia la apprendo dal New York Times di oggi, in Italia siamo troppo presi dai freschi incoronati per badare a simili inezie. La biblioteca del Trinity College di Dublino ha deciso di rimuovere l’intitolazione a George Berkeley. Il filosofo (1685-1753) non è mica l’ultimo arrivato, senza il di lui pensiero chissà se Einstein avrebbe teorizzato la relatività. Già, ma perché il filosofo irlandese ha meritato tanto? Beh, di punto in bianco è saltato fuori che era convinto assertore della schiavitù, con scrittura di libelli, nonché proprietario di schiavi nel Rhode Island, con tutto che era teologo e vescovo di osservanza anglicana. «Non si mette in discussione lo straordinario contributo di Berkeley al pensiero filosofico», afferma la rettrice Doyle, «solo che certe idee sono in conflitto con i valori fondanti del Trinity». È già stata indetta la ricerca del nuovo nome, di sicuro ci sarà un qualche sondaggio on line se volete dire la vostra. Io per conto mio son convinto che potevano riflettere prima di intitolare la biblioteca al pastore anglicano, non era un segreto che il nostro in America coltivasse la terra risparmiando sulla manodopera. Oddio, magari al tempo dell’intitolazione (1967) la faccenda della schiavitù non era percepita come rilevante, curioso destino per il filosofo dell’esse est percipi. Dopodiché vien da aggiungere che l’intero pensiero antico è pro schiavitù, con qualche distinguo in Platone e in Aristotele, che comunque nella sua Politica scrive: «In verità, se ciascuno strumento sapesse, in risposta a un ordine o per una sorta di presentimento, portare a termine l’opera che gli tocca — come, a quanto si dice, facevano le statue di Dedalo e i tripodi di Efesto che, come dice il poeta, da soli entravano nell’assemblea divina — e se, allo stesso modo, le spole e i plettri tessessero e suonassero da sé, né gli architetti dovrebbero far ricorso ai muratori, né i padroni agli schiavi». Come a dire: verrà un tempo in cui le macchine realizzeranno da sole tutto quel che ci serve, ma per ora teniamoci gli schiavi, sennò noi privilegiati come faremmo a vivere una vita superiore e bella? Persino il pensiero cristiano oscilla sulla questione, ma non facciamola troppo lunga, me la cavo. con un paio di considerazioni. Punto uno, se vale il criterio per cui va cassato il nome di chi ne ha dette o combinate di sbagliate, beh allora prepariamoci al peggio. Finché rimaniamo a scrittori o filosofi compromessi con i vari totalitarismi del ‘900 magari si è tutti d’accordo (si pensi ad Heidegger, per dire); ma proviamo ad addentrarci in alcune biografie, che pesco a caso: il Manzoni Alessandro meglio cassarlo perché era un ludopatico e pure tabagista, e allora via i Promessi sposi dalle scuole, per il tripudio degli alunni. Dario Fo era per la Repubblica di Salò, quindi via il Nobel seduta stante, e già che ci sono segnalo che il medesimo peccato vale per Giorgio Albertazzi. Vogliamo parlare di Rousseau? Il padre della moderna pedagogia ha generato non so più quanti figli, abbandonandoli tutti alla pubblica carità perché all’educazione deve pensarci lo stato, dal che si deduce che L’Emilio ha fatto il suo tempo. Non vi basta? Lewis Carroll era un signor pedofilo, quindi Alice meglio lasciarla nel paese delle meraviglie. Simone de Beauvoir adescava studentesse e le offriva al suo amatissimo Sartre, un vero predatore seriale peraltro. E Marx? Beh, lui si “limitò” ad avere un figlio con la domestica e fantesca Helene Demuth, appioppandolo all’amico Engels per evitare che la moglie scoprisse la tresca. Basta, questo semplice elenco mi ha sfiancato, veniamo al quesito vero: chi decide che quel filosofo, artista o letterato merita la damnatio memoriae oppure no? Dobbiamo forse immaginare un comitato etico, dei saggi all’uopo incaricati, oppure volta volta puntare questo o quel personaggio per verificare se è tutto in ordine o se ne ha combinate delle belle?  Perché, vedete, il punto di non ritorno l’abbiamo già superato. Fior di musicologi come Nate Sloan e Charlie Harding – professionisti che collaborano con la New York Philarmonic, mica con la banda di un paese rurale, con tutto il rispetto – vorrebbero eliminare la Quinta di Beethoven perché «rafforza il dominio dei maschi bianchi e sopprime le voci delle donne, dei neri e della comunità Lgbt». Anche Puccini è sotto il tiro della cancel culture: Nel lontano 2007, a poche ore dalla prima di Madama Butterfly al Covent Garden di Londra, l’autore dell’edizione critica della Tosca, Roger Parker, scrisse che l’opera di Puccini è colonialista e razzista. Così si esprime il cattedratico: «Dovremmo intervenire sull’originale tagliandone alcune parti. Ora Madama Butterfly sarà “riesaminata” davvero. L’Opera nazionale scozzese, una delle più famose del Regno Unito, terrà una serie di conferenze sull’opera di Puccini del 1900 alla luce del suo “razzismo”». Rendiamoci conto che di questo passo manca tanto così al “giardino perfetto” di ariana memoria. Concludo: questo accade in un tempo, il nostro, dove la regola aurea è di includere tutto e il pure suo contrario. E qui io fatico, perché non trovo il principio che separa l’inclusione dall’esclusione. Che cosa si può accogliere e che cosa si deve rigettare? Dove sta il discrimine? E in nome di quale fondamento si procede? E già che ci siamo: per favore, qualcuno potrebbe vagliare come si deve vita e opere dei grandi della storia così finalmente facciamo chiarezza? Concludo: in attesa di trovare la norma che ammette questo ed esclude quello, forse conviene dichiarare provvisoria qualsivoglia intitolazione e renderla soggetta a periodica revisione. Diciamo ogni venti-trent’anni, che ne dite?


Io al maestro Fratus una via la intitolerei, per dire.

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