Dante A Distanza

Adelfo Galli, Dante (particolare)

In occasione della prima ricorrenza dedicata all’Alighieri, mi va di ricordare un episodio alquanto lontano nel tempo. Correva l’anno della mia maturità e una supplente prese il posto del titolare di italiano. Ebbene, a noi non parve all’altezza del ruolo fin dai primi minuti di lezione. Detto, fatto: non senza resistenze da parte di qualche ligio alle regole, alla fine tutti e 31 decidemmo che quando entrava lei, ce ne andavamo noi. Presuntuosi? Eccome. Ma siccome l’esame incombeva, ecco la pensata: uscendo ci tiravamo dietro le sedie e la lezione ce la facevamo a turno, obbligando questo o quella a mettersi in cattedra, si fa per dire. Ebbene, ve lo confesso: mai studiato tanto, università esclusa, persino i meno propensi si davano da fare. Perché un conto è seguire una lezione, ben altro farla comprendere e digerire. In tempi non sospetti abbiamo inaugurato la DAD: nell’atrio del Liceo, d’accordo, a pochi metri dalla classe, certo, tra increduli passanti e professori, ovvio: ma pur sempre distanza era.

Come è facile immaginare, la faccenda più spinosa da trattare era il Sommo Padre, come lo chiamava il titolare di ruolo, tanto che le nostre autarchiche lezioni su Dante furono le più complicate da comporre, apprendere e seguire. Ricordo ancora con quale impegno cercavamo di parafrasare adeguatamente la Commedia, distillandone l’aurea sapienza terzina dopo terzina. Cito ancor oggi senza dover verificare questo passo del Paradiso, che rappresenta il monito migliore per chi voglia votarsi al bello e alle supreme cose: «L’artista | ch’a l’abito de l’arte ha man che trema». L’artista, dice Dante, non è quello che con certezza traccia una linea sulla sua tela, compone una strofa piuttosto che imprime un colpo di scalpello. Ovvero: non basta la perfetta padronanza dei mezzi espressivi, della tecnica, l’artista vero non si contenta della retorica, ma tiene in serbo un tremore profondo, una intima persuasione che infrange rigore e perfezione formale.

Il nostro ammutinamento non durò a lungo, mi pare giusto un mesetto. Alla fine rientrammo nei ranghi, la supplente era stata dirottata su una classe meno schizzinosa. Epperò quel periodo di didattica autarchia fu per noi assai formativo: in diversi portammo italiano all’esame, sicuri che, avendolo insegnato, avremmo ben figurato. Ingenui, certo, anzi di più: ma si è giovani, e artisti, anche per questo.

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3 commenti

    • Milly il 25 Marzo 2021 alle 20:11
    • Rispondi

    La Divina Commedia poema universale, un’enciclopedia per affrontare la vita in ogni sua forma.

    • Alberto il 25 Marzo 2021 alle 15:50
    • Rispondi

    Ma nessuno vi ha sospeso o dato sette in condotta? Con una roba così oggi come minimo si rischia grosso!

    1. Diciamo che erano altri tempi, Alberto, e l’allora preside preferì la linea morbida a quella severa, che pur ci stava, e i genitori erano decisamente meno assillanti di oggi. Fu un errore uscir di classe? Penso di sì, non tanto per il gesto in sé, quanto per la professoressa, che non meritava così poco rispetto. Mi piace solo pensare, come ho scritto, che a noi quella scelta servì a renderci chiaro quanto sia bello e complicato il mestiere di insegnare.

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