Nardoso secondo Carlo Emilio Gadda

Kees van Dongen, Donna oltre lo specchio  (1908)

In un racconto di Gadda, Navi approdano al Parapagàl, lo si trova ne L’Adalgisa, si legge quanto segue: «..sotto la lucentezza nardosa de’ capegli si percepiva di leggieri un’adolescenza alla flanellina, e al rosbiffe». Ora, sorvolando sull’adolescenza «alla flanellina, o al rosbiffe”» compendio di una vita e insieme capolavoro, come non arrestarsi di fronte a quel «nardosa» che proprio non ci si capacita? È uno di quei termini che nemmeno la rete ti aiuta, e per fortuna, sennò a che servono i libri? E allora mi tocca estrarre di gusto nientemeno che il Battaglia volume XI, scartabellare con cura fin che ti inciampo nel lemma. Nardoso vien da nardo, erba odorosa e medicinale, con un profumo simile a quello della lavanda. E allora da quel nardoso che a primo suono sembra spagnoleggiare ti si sprigiona un olezzo tutto ampolle e canterani, che non ti lascia stare. E nardoso deriva per l’appunto dall’uso di prodotti cosmetici ordinari e volgari, diciamo pure dozzinali: dunque sta per untuoso, li vedi quei capegli lucidi oltre misura perché trattati con essenze dense, magari costose per via di un lignaggio malinteso. Ora, trascuriamo dove e come il Gadda pescasse certe parole sante, la lingua del Gaddus è uno dei misteri più fitti dell’universo. Per oggi facciamoci bastare il nardoso, con quella erre che poi scivola nella sibilante finale; e ripassiamo ogni tanto questa bella voce, diamogli fiato, che l’ingegnere se lo merita, e magari ringrazia; certo senza farsi notare, non è cosa per uno che pare malmostoso assai, e rude. Ma sotto sotto è fragile e puro, come i suoi orditi di consonanti e vocali.

Vi va di scoprire un’altra espressione del Gaddus? Ecco intignazzato 

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