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Giu 09 2020

Quel dolce nome

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Vien da pensare che non sia la colpa il tema prevalente dell’ultimo romanzo di Mario Schiani, «Quel dolce nome» (Giovane Holden Edizioni). Eppure, entro la cornice di una stanza d’ospedale, veniamo a sapere che il protagonista ha commesso qualcosa di innominabile e tremendo. I sanitari sono sbrigativi, i pazienti lo insultano, per tacer dei giornali, dove la vicenda ha larga eco. Sennonché proprio a lui, al diabolico reietto, gli altri personaggi si rivolgono per condividere grumi d’esistenza e riflessione. Il male incarnato apre uno spazio di confidenza in forma di monologo: il dottore, il vicino di letto, la figlia di questi, un’infermiera, tutti hanno una particolare eversione da condividere, un disordine speciale, una mania in traccia di codice o preghiera. Hanno anch’essi la loro brava colpa, magari umanamente la scambiano per pregio; e il protagonista è lì apposta per alleggerire il peso, per sgravare, come una levatrice la cui colpa eccede la misura, dunque la pena. È proprio lui l’orecchio ideale, perché non può ergersi a censore. Può giusto ascoltare: il colpevole è il giudice migliore.

Figli e padri abitano queste pagine. Che stia qui la colpa, per via del generare? O del tradire le attese, ricorrente accusa dei padri? I figli scelgono, agiscono, si “sporgono” senza esitare dalla famiglia d’origine. Vivono senza colpa, ma non per questo sono innocenti, lo ricorda l’intera opera di Kafka. I “figli” dello scrittore – Samsa, Bendemann, Rossmann – non possono tener viva la tradizione e nemmeno compiere le attese dei genitori. Qualunque scelta facciano, saranno sempre e irrimediabilmente colpevoli. Quella tra padri e figli è una storia tragica fin dai primi passi. La sola pronuncia di quel dolce nome, «padre», sancisce la separazione, la perdita assoluta, definisce il lutto tanto originario quanto definitivo. Scrive Dante nelle Rime: «Quel dolce nome, che mi fa il cor agro, | tutte fiate ch’i’ lo vedrò scritto | mi farà nuovo ogni dolor ch’io sento». Anche solo scorrendo le sillabe di quel dolce nome proprio, il poeta rinnova distacco e dolore. Così ogni figlio al nome del padre, da cui pur discende; così ogni padre al nome del figlio, da cui pur risale.

La figlia del protagonista tradisce la «premura che mio padre mantiene viva per me, creatura inconclusa». La bimba di un tempo respinge il genitore non per l’accusa infamante, ma per non aver saputo opporle altro che «la piagnucolosa verginità della sua innocenza. […] Non sopportavo di essere figlia di una vittima». La giovane Giulia – unico personaggio provvisto di nome – si rifugia allora nei libri: «ma di realtà nei libri non ce n’è. Verità sì, a bizzeffe: realtà no». E ancora: «da bambina prima ancora della realtà dovevo incontrare il prossimo mio che, ora lo so, della realtà rappresenta il portone principale». Sino al definitivo: «Certi giorni perfino le parole mancano, così come sempre, sempre!, mancano i padri». C’è poco da fare, quello dei padri è un mistero che non fa sconti. E del mistero, bisogna ammettere, resta solo la narrazione.

Leggere questo libro è opportuno, come certe sfide che non ha senso rimandare. Ha ragione Goethe, che nel Faust scrive: «Vedrai fra poco, il diavolo, che scherzo ti farà». Ha ragione un personaggio di Schiani, quando ricorda: «Un romanzo è come un affresco: va visto da distanza. Concentrandosi sui particolari ci si confonde». Ha ragione infine il lettore di “Quel dolce nome”, romanzo che coltiva la speranza di ogni vera letteratura: scavalcare il tempo a cui siamo sottomessi, anche solo in forma di caso; far pace con la solitudine, magari in forma di luce; invocare il silenzio, che informa di Dio.
 

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2 comments

  1. Paolo

    Accidenti, niente male! Me lo accatto, che dici?

    1. claudio calzana

      Che dire, Paolo, consiglio e approvo l’intenzione

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