Fahrenheit 442

di Alan Poloni

Tanti anni fa mi capitò di dare una mano a una squadra di calcio speciale, un gruppo di adulti con problemi psichiatrici. Vederli fuori dal campo e poi in campo faceva pensare alla trasformazione del bruco in farfalla: uomini e ragazzi che il giorno prima erano cariatidi in un salone maleodorante, usavano la voce esclusivamente per implorare una sigaretta, guardavano davanti a sé con occhi vuoti, adesso correvano energici in un campo verde, chiamavano la palla al compagno, guardavano verso la porta avversaria con sguardo famelico. La metamorfosi era dovuta al potere di un oggetto magico, un oggetto sferico riempito d’aria e soprattutto di sogni.
Quando un paio d’anni fa ho cominciato a pensare a un festival letterario che non avesse eguali (in Italia se ne contano a centinaia, alcuni splendidi, altri convenzionali e ripetitivi; non v’è contrada, ad esempio, che non possa vantarne uno sul Giallo-Noir e sfumature varie), dal momento che puntavo a originalità e contenuti, ho pensato subito al potere di quell’oggetto, alla potenza di un fatto sociale totale come il gioco del calcio. Pur essendo libraio, nel profondo rimango un insegnante, e anche se da qualche anno ho smesso di esercitare sono sempre alla ricerca di qualcosa che educhi. Per quel festival cercavo qualcosa che contenesse dei semi, dei semi da piantare magari in un campo arido, e niente come un campo di calcio aveva quelle caratteristiche, perché chiunque li abbia frequentati, da quelli di provincia alle grandi ribalte, sa perfettamente che non si tratta di luoghi particolarmente versati alla coltivazione di libri. Eppure, non saranno terreni da libro, ma letterari sì, eccome. Leggete uno dei tanti testi su Socrates e la Democracia Corinthiana, e ditemi. Leggetevi La partita di Trellini, e ditemi. Chi ama la letteratura calcistica sa quale sensazione impagabile possa regalare un buon libro su un calciatore, una squadra, una partita: è un po’ come quando una persona che vi vuole bene vi spiega perché vi vuole bene, alla sensazione si aggiunge la ricchezza impagabile della parola. È quello che capita ogni volta che il puramente materico si sublima in endecasillabi. Massimo Raffaeli, eminente critico letterario, scrittore fra i più raffinati (e ovviamente misconosciuti al grande pubblico) è fra quelli che dallo strano binomio calcio-letteratura hanno saputo scaturire gemme. Bastino un paio di titoli, La poetica del catenaccio e Sivori, un vizio, per intuire il sapore di quello che fanno i libri calcistici: fanno sentire tutta l’intelligenza e l’immaginazione dell’essere umano. Come ha scritto Bruno Barba, antropologo che da anni spiega la proprietà ecumenica di questo gioco: «se stiamo attenti, se selezioniamo eventi, personaggi, raccontatori, il calcio ci dimostra, meglio e più velocemente di altri prodotti culturali come e quanto siamo tutti ricchi di passioni, di idee, difetti e pregi».
In un paese che non ama i libri, i libri sportivi hanno sempre sofferto di un duplice stigma per l’aggravante di occuparsi di argomenti futili. Da sempre relegato nei bassifondi culturali, da qualche anno il calcio conosce una fioritura di rassegne e pubblicazioni che finalmente lo raccontano in modo profondo e letterario; storici, filosofi, poeti, sociologi e antropologi spiegano come il calcio sia veicolo di identità ed espressività, serbatoio di sogni e narrazioni, scintilla di connessioni e interazioni. È per tutto questo che abbiamo dato vita a Fahrenheit 442, il primo festival interamente dedicato ai libri calcistici, quest’anno alla sua seconda edizione. A Paratico e Sarnico dal 23 al 25 giugno. Incontri ravvicinati, numerosi contatti e qualche rimpianto.


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1 Commento

  • Ermes Posted 10 Giugno 2023 16:53

    Visto il programma, goduria! Due sere su tre ci sarò

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