Teora

Arturo Nathan, Il ghiaccio del mare (1928)

[4] Finalmente il furgone si ferma, siamo in uno spiazzo accanto a un campo da calcio fitto di tende. Macchie scure di persone con le coperte sulle spalle, chi sorseggia tazze di metallo, chi si scalda le mani al falò. Siamo a Teora. Prima impressione: un freddo implacabile e sordo, eccessivo per il mio cappotto blu marinaro, un doppiopetto di flanella decisamente incongruo; e poi fango, fango ovunque, le mie scarpette di città si tirano dietro grumi di argilla a ogni passo; e ancora una folla svelta, un brulicare continuo che a prima vista non dichiarava una qualche logica, un compito, una qualche specifica urgenza. Riguardando meglio, però, mi accorsi presto che il movimento – come quello delle formiche, che ha per cuore il nido – viveva di andata e ritorno: verso il paese e dal paese, o meglio quel che ne rimaneva. Arroccata su un’altura, Teora era scivolata a valle, case che travolgono case, macerie che seppelliscono persone e cose. Un effetto domino dall’alto verso il basso, che aveva cancellato la cittadina di quasi 3 mila abitanti. Le poche case superstiti, che parevano in colpa per aver retto alla furia, ricordavano a tutti che il paese era esistito, certo, ma in un tempo infinitamente remoto, che il sisma aveva rispedito al mittente. Sembrava l’opera di un nume arrogante che si prende la briga di ricordarci quanto siamo fragili e di passaggio, e che non vale la pena di osare un lamento. Sarebbe fiato sprecato.

E qui sovviene Leopardi, Il dialogo della Natura e di un Islandese in particolare. Come ricorderete, «sotto forma di gigante» all’Islandese si palesa «una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta, ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile». L’Islandese si lamenta, tra l’altro, perché «la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese». La promessa di felicità che ci hai fatto è fallace, aggiunge, «tanto ci è destinato è necessario il patire, quanto il non godere; […] e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora ci insidi ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti». La Natura si degna di rispondere, ma con parole che non lasciano scampo: «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei». Proprio così: quel che chiamiamo catastrofe, cataclisma, disastro, sciagura, insomma le calamità naturali sono tali giusto per noi uomini, non per la natura che le determina. Il dialogo d’improvviso si tronca: «un fierissimo vento » seppellisce l’Islandese ramingo sotto «un superbissimo mausoleo di sabbia». Conclusione drammatica e ironica insieme: non illudiamoci, ci ammonisce il poeta sulla scia di Lucrezio, questo mondo non è stato apparecchiato per noi. Già, è così. Eppure, nelle pagine del dialogo che ho riaperto dopo decenni, ho trovato un quadrifoglio disseccato: proprio come accade all’Islandese, ma pur sempre a reclamare miglior sorte e fortuna. Il senso di questo quadrifoglio trovato per caso lo insegna a perfezione una poesia di Francesco Scarabicchi, marchigiano come Leopardi.

La vita è nei dettagli d’ogni cosa,
nel reperto trovato senza avviso,
che sia fiore seccato, tronco o foglia,
proprio sotto il mio passo che si ferma
ad osservare i resti della storia.

Francesco Scarabicchi Nessun confine, in La figlia che non piange, Einaudi 2021


La quinta puntata.

Tutte le puntate del mio ritorno in Irpinia.

2 Commenti

  • Silvio Posted 19 Ottobre 2022 12:47

    Nel racconto che fai sembra di essere lì a Teora. E poi i richiami a Leopardi mi riportano alla scuola, quando non lo capivo e mi dava noia. Oggi, invece…

    • Claudio Calzana Posted 24 Ottobre 2022 13:37

      Oggi e sempre più Leopardi è nostro contemporaneo, caro Silvio

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