In ginocchio, suvvia

Questa storia dell’inginocchiarsi sì no forse magari è una di quelle questioni fatte apposta per innervosirmi. Cerco di mantenermi lucido il tanto che basta per discernere la faccenda come si deve. Cominciamo dall’atto, cioè il genuflettersi a gamba singola, che risulta un prolungamento dell’inchino e si prescrive in due regolate occasioni: quando un uomo chiede a una donna di sposarlo, con esibizione di scrigno e anello a indorare la proposta; due, quando la famiglia reale inglese nomina un cavaliere. Qui il prescelto viene aiutato da apposita maniglia – per scendere verso il basso senza complicazioni – e da cuscino – per atterrare senza dolori. È anche prevista la domanda di rito: «È in grado di inginocchiarsi?». Capita infatti che l’insignito sia su d’età, meglio chiedere prima di rimediar figure. Ma come per ogni regola che si rispetti, ecco spuntare l’eccezione, che ci porta ai nostri giorni. I giocatori di football americano si inginocchiano su una gamba sola durante l’esecuzione dell’inno nazionale: vuoi per ossequio, prima di darsele di santa ragione, vuoi quale forma di protesta contro ogni ingiustizia sociale e discriminazione razziale.

Eccoci finalmente al punctum: che dovrebbero fare i nostri santi pedatori in lizza al campionato europeo? Inginocchiarsi sempre e comunque per questa o quella nobile causa, oppure restare fedeli alla statura eretta, ben più virile e coerente alla pugna? Comincio col dire che ogni questione ridotta a due opzioni è sempre fuorviante. La logica binaria porta allo schieramento, al “tu da che parte stai?”, favorendo gioco forza le divisioni. C’è sempre una terza via, bisogna solo trovare il tempo per pensarla. Partiamo allora dal presupposto che la stampa sta dedicando eccessiva attenzione a questa faccenda, proprio come accadeva il 14 marzo del 1951, giorno del settantaduesimo compleanno di Albert Einstein.

Stanco delle continue richieste di sorrisi da parte dei fotografi, il grande scienziato se ne uscì con la celeberrima linguaccia. L’uomo della relatività si comportava come un bambino! Ma quel che mi preme ricordare è che un paio d’anni dopo, nel regalare una copia della fotografia a un commentatore politico, Einstein scrisse: «Questo gesto ti piacerà, perché è rivolto a tutta l’umanità. Un comune cittadino può permettersi di fare ciò che un diplomatico non oserebbe mai». Ecco, cari ragazzi della Nazionale: perché non provate con la linguaccia di Einstein? È un gesto ad ampio spettro, si può fare in campo come in panchina, vale per razzismo e discriminazioni di ogni sorta e colore, per tutto quel che è storto e non funziona. Rappresenta lo sberleffo per eccellenza, il rifiuto universale, la condanna ultima e migliore: parola – anzi: lingua – di Einstein, mica il primo che passa. E allora fuori la lingua, Azzurri, asfaltate ogni sopruso. E, già che ci siete, anche i giornalisti.

Diversi spunti per comporre questo pezzo li devo al bel libro di Desmond Morris, In posa, Johan & Levi Editore.

2 Commenti

  • Sandro B. Posted 13 Luglio 2021 16:49

    Bravo, sono tutte pantomime

    • claudio calzana Posted 13 Luglio 2021 17:44

      Altri avrebbe detto: manfrine…

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