La letteratura la sa lunga

Di tutto quel che ho letto sul Covid, l’unica cosa davvero sensata – anzi: utile e bella – è L’astuzia del Coronavirus (Piemme), riflessione di un filosofo e studioso d’arte contemporanea qual è Marco Senaldi. Per il resto, ho sfiorato parecchie invettive fuori luogo, inevitabili elegie di stampo epidittico, le consuete ironie fuori misura, la bambocciata di Moresco – che ha scritto una lettera al virus, chiedendogli clemenza – gli avvertimenti di Agamben, pensatore apocalittico per scelta e vocazione. Quanto ai quotidiani, ricordo i numeri della pandemia ben maneggiati ed esposti da Paolo Giordano – scrittore che francamente non mi prende – e le emozioni lucidamente allineate da Susanna Tamaro – scrittrice che confesso di non aver mai letto.

Ma ecco il punto, in forma di quesito: la letteratura è in grado di comprendere quel che accade, soprattutto quando è così terribile e doloroso? Credo di no, o meglio: come Roland Barthes afferma in Lezione (1978), «… la letteratura […] è assolutamente, categoricamente, realista: essa è la realtà, o, per essere più precisi, è il bagliore del reale». E ancora, a rafforzare il concetto: «Il sapere che la letteratura mobilita non è mai né assoluto né ultimo; la letteratura non dice che essa sa qualcosa, ma che sa di qualcosa; o meglio: che ne sa qualcosa – che la sa lunga sugli uomini». (citazioni che traggo da Il magnifico segno di Silvano Petrosino). Questo forse significa che le cose migliori sulla pandemia possono essere state scritte prima del suo scatenarsi. Allineo tre testi a supporto della mia tesi. Inizio con una poesia di Paolo Febbraro, scritta nel 2019 e citata in un denso articolo di Matteo Marchesini, pubblicato sul Foglio del 22 marzo di quest’anno:

«Un giorno un dio disse: / ‘Voglio fare violenza a qualcosa, / essere energia brutale dominante, / sentirmi nell’abrasione, nel vincolo / malvagio del fatto’. // Ma non riusciva a scegliere / contro cosa incarnarsi: / pensò a un tifone ma immaginò / sé stesso vano e rotatorio; / il terremoto lo convinse quasi / non fosse per le polveri restanti. / Una belva? Le zanne in un cerbiatto? / Avrebbe dovuto aver fame, prima. / Un uomo, allora, un vicolo e una donna: / violenza panica, ripugnante, / ma perché essere umano, dunque, / lo spreco di piramidi e gioconde? // Il dio indugiava, gonfio d’inesistenza / come un mare che lambisce il deserto: / ‘qual è la violenza di un dio?’. / Fin quando si sparpagliò in lui / la forma inconsapevole d’un virus». (Violenza di dio)

Seconda citazione. Dissipatio H. G., il romanzo terminato nel 1973 in cui Guido Morselli ipotizza la repentina e inspiegabile scomparsa del genere umano, eccezion fatta per il narratore, sempre più stranito e dissociato. Di fronte al misterioso evento, sentite che scrive l’autore, e mettetelo a confronto con quel che ci è capitato di recente, e magari ancora accade: «All’assurdo ho risposto fisiologicamente; non potendo negarlo, lo sentivo come un’aggressione, nella sua imponenza e immediatezza, e mi rifugiavo nell’immobilità. Cedevo a un atavismo. Sotto la minaccia, una bestia inerme si comporta così, si immobilizza». E poco più oltre: «Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possono finire dopo di noi. […] Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro».

Infine, la poesia di un mio ex alunno, Massimo Pedrini, che da tempi non sospetti offre prove notevoli di una vocazione non certo occasionale. Pochissime le poesie distillate negli anni, a riprova di un labor limae tanto implacabile quanto necessario. Nella sua più recente silloge, Sogni e supermercati (2018), Pedrini scandisce parole che sembrano scritte per l’oggi: «possiamo ancora capirci / noi che non ci tocchiamo neanche / che non incrociamo gli sguardi // parole rare, di contorno / un’affinità intima che non bisogna di altro // in momenti bassi come questi / ci scalda il cuore l’essere coinquilini di vita» (Coinquilini).

Tre indizi non fanno una prova, certo, ma io resto comunque persuaso che sia la letteratura a fondare ontologicamente il mondo, e non a costituirne una semplice, anche se incantevole, appendice. Se il pensiero riflette primariamente sé stesso, le proprie logiche, le simmetrie, attento più alla coerenza del dato che allo scarto rispetto al tracciato previsto; la letteratura vive di scarti, da intendersi non come residui, ma come nuovi sentieri ed eccezioni. Il vero motivo della buona letteratura non corrisponde mai – e come potrebbe? –  al verosimile, quanto a quel che proprio non ti aspetti e men che meno sei in grado di spiegare. «Il realismo è l’impossibile» è il perentorio titolo di un saggio di Walter Siti. Vero è ciò che infrange la realtà, non ciò che la cataloga o – peggio – l’anticipa. L’aveva ben capito Wittgenstein, che nel 1930 scriveva: «Chi è soltanto in anticipo sul proprio tempo, dal suo tempo sarà raggiunto» (Pensieri diversi).

A proposito di Wittgenstein (e di T.S. Eliot)

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