Il nome proprio

Antonio Calderara, La famiglia. Dopo il temporale (1934)

Questo racconto inedito è dedicato alla gente della mia terra, Bergamo.

Da noi in paese di Rota ce ne sono così tanti che hanno tutti un soprannome, sennò va a finire che ci si confonde. I Rota Tacc, per dire, neanche i vecchi delle volte sanno bene dove arrivano i parenti e dove cominciano quelli che non c’entrano. A chiedere al nonno Carlo, lui dice che una volta sua mamma Carola – che i bambini la chiamavano Carriola, perché da vecchia era sempre piegata in giù che se gli mettevi una ruota era precisa, e poi c’era sempre il più furbo che diceva «basta mettere una u alla Rota» e tutti giù a ridere, a quei tempi non c‘erano mica tutti i divertimenti di oggi – insomma la Carola aveva raccontato che i suoi di Rota venivano dal lago di Como, con tutti i fratelli di suo padre che faceva il fabbro, e le mogli di quelli più giovani, perché lui, il padre dico, la moglie l’aveva persa in un amen dopo la Carola.

Adesso qui in paese ci sono i Rota della latteria, quelli della privativa coi sali e coi tabacchi, le Rota Rota, quelle che quando gli muore il marito diventano Rota vedova Rota; i Rota Respurchì, che non danno confidenza, i Tacc sono anche quelli della cascina vicino al comune, il sindaco che è cugino di mio padre, ma in seconda, il vigile che chiamano ol Falì perché fa il precisino con quelli che vengono da fuori, c’è anche il Rota poéta sènsa èstro, magari un giorno ve Io racconto. Il nonno Carlo lo chiamavano ol Taelù, i suoi fratelli erano il Candido, detto ol Negót, l’Augusto, cioè ol Piangìna, la Terri, che si è sposata male, la Gina, il Michele e l’Aurelio. Anche loro hanno il soprannome, ma mica ve li posso dire tutti.

Se son qui che parlo di nomi c‘è il motivo. Di quella volta che il nonno Carlo si era messo di traverso perché la Marisa sua figlia se veniva una femmina voleva chiamarla Demetra. Premesso e putacaso che io Demetra non so da dove viene, siccome lei era sposata Trapletti capite bene anche voi che Demetra Trapletti non sta insieme. Ma il nonno non era per quello che si era appuntato. No. Era per il nome proprio. Demetra cosa? E diceva che le figlie se studiano è come arare il campo qui e seminare quello dei vicini, che la Marisa guarda caso fin da piccola aveva la testa fuori dagli stracci, in paese era la Malpalpéta, per dire il soprannome tante volte. Solo che alla Marisa guai a toccare il nome predestinato, il marito povero osso – Trapletti Piero, era venuto giù dalla Val Cavallina durante la guerra – non apriva bocca, diceva che il silenzio è l’oro e così si sentiva ricco di suo. Per non dire il prete, don Ermete, anche lui Demetra gli andava di traverso, perché se proprio ci sarebbe Santa Demetria che è più preciso in quanto a giugno abbiamo il giorno certificato. Figurarsi Demetria per il nonno, «mancherès a chèla!», e allora non esisteva più la pace in casa Rota. «Io non vengo a battezzarla!», si barrica il nonno Carlo, la Marisa «tanto a me anche se non vieni non mi interessa», la nonna Alida che si mette in mezzo a fare da pancera, ma è peggio, le sente su da tutti gli angoli del tavolo, perché quei due si inseguivano per la cucina da tanto che era il riscaldamento. Il Trapletti padre era fermo immobile come un cane che punta la quaglia, tanto ci pensavano gli altri a sparare.

Quando si sono calmati, mi hanno raccontato che alla riunione per sistemarla c’erano il nonno Carlo con la sua Alida, la Marisa con il Trapletti osso, il prete già detto e il dottore, quello è sempre meglio averlo a portata per i casi gravi. Neanche a dirlo, discutono tutto il pomeriggio della domenica, e al momento di contarsi arrivano al tre pari. Non so bene chi per Demetra e chi contro, so solo che erano pari. Siccome erano troppo stanchi per litigarsi ancora, il dottore ha una pensata che passa via liscia come la mussolina: «Facciamo a strisce i nomi del calendario dell’anno passato, poi tiriamo la sorte e quel che viene viene. Servono un nome di maschio e uno di femmina, si sa mai. Ma basta discutere che ne ho piene le tolle, nessuno deve tornare a remenarla. Giuriamo tutti che si fa così, sennò da oggi medesimo quanto è vero che mi chiamo Bertoli Alfredo non vi curo neanche se mi arrivate con la febbre terzana». Il nonno al pensiero non gli andava giù, col calendario vecchio ci faceva le torce per spicciare il fuoco, ma siccome anche il prete aveva sbassato il crapone eccoli tutti a tagliare i nomi e a far su per bene le biglie di carta, prima che qualcuno smicia quando sceglie. Silenzio di quando si lavora concentrati.

Alla fine, il dottore mischia e rimesta la basgia, secondo me pensava guarda te cosa mi tocca fare per la pace sociale. Nessuno che si decide a pescare, che poi era quello il tema. Il nonno allora scansa tutti, «faccio io», «no – fa la Marisa – sono io la madre!». Stava per tornare il can can, ma a quel punto arriva il coraggio del Trapletti osso con le ultime parole famose: «Tocca al padre, tocca!». Gli altri si aprono che neanche il Mar Rosso e lui sgarùga nella basgia, sembrava l’antico romano con la mano sul fuoco. Magari gli bruciava anche, chi lo sa. Di sicuro quella che gli brucia ancora adesso sono io, Trapletti Santa Trofimena, detta Mena.

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4 commenti

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  1. Grazie a chi ha voluto commentare il mio racconto con parole tanto lusinghiere, sia qui sul blog, sia sui social

    • Rafael il 10 Aprile 2021 alle 13:20
    • Rispondi

    Divertente e insieme commovente. Sembra impossibile ma è proprio così. Grazie

    • Graziella il 8 Aprile 2021 alle 14:07
    • Rispondi

    Divertente e bello!

      • Enrica il 16 Aprile 2021 alle 18:35
      • Rispondi

      Delizioso, arguto, sembra preso dal vero

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