Scritto nel 2003 durante la guerra in Iraq, questo brevissimo racconto me l’ero proprio dimenticato. Dopo quasi vent’anni è saltato fuori ieri da uno dei mille angoli del mio computer. Sospetto che la macchina nasconda un sistema di doppi fondi e tranelli. Fatto sta che l’ho riletto e non mi dispiace. Morale, eccolo tutto per voi.


Banksy, Trolleys Signed, 2006. Screenprint. 57 x 77 cm

Anche in questi giorni di guerra che non è guerra e di pace che non è pace, la spesona del sabato è comunque di precetto. La squadra d’assalto comprende io al carrello con dentro la Sharon, che ha quattro anni e otto polmoni da tanto grida se la fai camminare, la moglie con la lista, la Dani che a momenti è più alta di me perché si tira dietro il marciapiede attaccato alle scarpe, il Carlo che a scuola hanno detto che fa fatica anche se io ci provo a farlo ragionare a modo mio le sere che non torno a casa  troppo tardi. Siccome siamo in cinque e la macchina è quel che è, va a finire che  più di un carrello di roba non ci sta, però così pieno che la spesa viene giù dai bordi e quando la Sharon si perde – ad un certo punto la devi tirare giù dal carrello – segue la roba persa per strada come i sassolini della storia, mentre la Tina, la moglie, è già al banco che la fa chiamare. Roba da nascondersi: che poi al supermercato c’è sempre qualcuno che conosci, per fortuna che mi chiamo Rota, che vuol dire tutti e nessuno dalle mie parti. Ma quelle volte che mi tocca sentire: «La bambina Sharon di anni quattro si è persa ed è attesa dai genitori alla cassa centrale» mi pare proprio che tutti guardano me. Allora sifolo via col carrello, anche perché appena recuperiamo l’erede nell’ordine abbiamo: ruggito della moglie, la Dani che invece non fa una piega che tanto è sempre appesa al cellulare, il Carlo in agitazione perché sa che a prenderle sarà lui, doveva starci attento, piccolina, chissà che spavento! Io intanto sono lì che allungo sul banco le ultime cose, comprese quelle che ho preso proprio alla cassa. Le stesse che a casa la moglie ti guarda senza parole, e anche te se ci pensi bene ti rendi conto che non servono neanche se la guerra arriva dalle nostre parti. Poi finalmente tutti fuori: la Dani in macchina litiga con la cicca incollata all’apparecchio dei denti, il Carlo coi lacrimoni, la Tina furibonda come sempre, la Sharon invece bella precisa che non sembra neanche mia figlia tanto non gliene frega niente di niente. Insomma: dopo due ore in corsia, dopo il giramento di scatole perché ho lasciato giù mezzo chilo di stipendio, mi viene una domanda che a dirla così mi fa ancora male: ma che differenza c’è tra la spesa del sabato mattina e la mattina all’alba quando vado a Milano col furgone?


Il nome proprio, un altro mio racconto con la famiglia Rota.

1 Comment

  • Gioacchino Leva Posted 14 Maggio 2022 09:54

    Devo dire divertente e arguto, poi la concomitanza tra due momenti di guerra fa parecchio riflettere, anzi inquieta proprio. Bello anche l’altro racconto della famiglia Rota, siamo a un passo dalla saga….

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