Omelia

Ogni scrittore lo sa bene: alcuni argomenti sono molto complicati da trattare, a volte persino impossibili. Come potete immaginare, ciascun autore ha il suo punto debole e spinoso. Omelia, decimo capitolo della seconda parte de Il sorriso del conte, è stato complicatissimo da portare a termine: dovevo immedesimarmi in un prete, e già qui ci siamo capiti; cimentarmi con un’omelia funebre, per di più dedicata a un amico fraterno del celebrante; e già che ci siamo riferire i tanti pensieri del sacerdote. Non potevo certo far parlare un prete dando fiato alle mie intenzioni e verità: ogni personaggio ha le sue esigenze, bisogna lasciargli spazio e voce, guai a prevaricarlo. Ci sono riuscito? Beh, se vi va fatemelo sapere voi.


Omelia

«Permettetemi, carissimi fratelli, di lasciare per un attimo sullo sfondo la lettura che avete ascoltato poco fa, il brano tratto dal Vangelo di san Giovanni. Sapete che conoscevo Angelo da oltre sessant’anni, da sempre insomma. Ed è per questo che parlare di lui in questa circostanza mi è particolarmente caro e difficile insieme». 
Don Luigi fece scorrere ancora uno sguardo giù per i banchi di quella chiesa così dimessa. Uno sguardo lungo una pausa. 
«Quanti in questi due giorni hanno potuto rendergli omaggio, avranno certamente notato il sorriso di Angelo, quel meraviglioso sorriso. E ciascuno l’avrà interpretato a modo suo: qualcuno si sarà detto che Angelo riposa finalmente in pace; qualcun altro l’avrà visto sereno, e ne avrà tratto serenità a sua volta; altri ancora avrà ricollegato il sorriso dell’amico al fatto che Angelo si è ricongiunto alla sua famiglia, al padre Gian Giacomo, scomparso giusto mezzo secolo fa, alla contessa Irene e alla diletta sposa, Teresa». 
Durante un’omelia funebre ci si rivolge, in apparenza, a parenti e amici del defunto. In realtà, ci si rivolge direttamente al defunto. 
«Vero, tutto certamente legittimo e vero: ma io che il conte Angelo Salani lo conoscevo bene, in quel meraviglioso sorriso ci ho visto dell’altro, e oggi ve ne voglio parlare. In quel sorriso c’era Angelo da vivo, quel sorriso era Angelo. Lui era fatto così, chi lo conosceva lo sa: sempre sorridente, una dolcezza, una leggerezza infinite. E allora: come ha vissuto, così è morto, mi sono detto. Tra la sua vita e la sua morte non c’è stato un salto, una frattura, un abisso. Qui ci vedo un insegnamento prezioso, uno spunto importante». 
Ancora un’occhiata per i banchi, a prendere nota dei convenuti: tanti, direi, tanti. Parecchi che non sanno dove mettere le mani, segno evidente di scarsa consuetudine con il luogo e il rito. 
«Perché la vita e la morte non sono né devono essere continenti lontani. No, mai. Comunicano tra loro, ogni giorno, sempre. Una vita ideale è quella che tiene la morte presso di sé, che comprende quanto siamo fragili, umani appunto. E una morte ideale è quella che si pone in sintonia con la vita. Così Angelo ha fatto, così ci invita tutti a fare». 
Lo so a che cosa state pensando: con tutto quello che combinava il Salani, sta’ a vedere che adesso ce lo fa santo. Non avete capito proprio niente. 
«La morte, cari fratelli, non è buio, terrore, disperazione: no, la morte è gioia, può essere gioia. Certo, se la morte, la nostra morte può dire qualcosa della nostra vita, Angelo ci ha insegnato, Angelo ci insegna questa sublime coerenza. Ci insegna che, se la facciamo nostra, la morte perde il suo pungiglione, come dice san Paolo. E non ci fa più paura». 
E qui ci attacco il brano della Sapienza. 
«“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace”». 
Sì, nella pace. 
«Così dice la Sapienza. Lo so, la vita di Angelo la conosciamo un po’ tutti, non è che fosse proprio un modello di virtù. Inutile fingere. Angelo ha peccato, certo che ha peccato. Come tutti noi, d’altronde, né più né meno: per questo abbiamo tutti paura della morte. Ma il sorriso gli è sempre appartenuto, tanto è vero che Angelo ha sorriso anche alla morte, dinanzi alla morte, alla sua morte. Questa coerenza è il suo dono per noi: è un gesto sublime, oso dire che questo è il suo modo di credere, questa la sua fede». 
Qui ci vuole non una pausa, ma la madre di tutte le pause. E poi avanti con il brano della Sapienza. 
«“Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza – la speranza dei giusti, s’intende – è fonte di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto”». 
Sì, è Dio che saggia, è Dio che gradisce. 
«“Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là”. 
Proprio così, fratelli, pensateci: come scintille nella stoppia, scintille che danno luce, che danno fuoco, che danno calore, che danno amore». 
Uno sguardo al primo banco: Costanza, con accanto Betta e Bonifacio, in fondo anche loro facevano parte della famiglia Salani. Anzi, fanno parte. 
«A queste parole rimando con affetto i parenti e gli amici di Angelo. A questo fuoco, a questo amore. Lui era, lo posso dire da vecchio amico, era un rompiscatole. Un bel rompiscatole. Nessuna certezza restava in piedi quando passava lui: e per certezza intendo anche Dio, naturalmente. Sì, diciamolo pure: Angelo rifuggiva da Dio, magari ne aveva paura». 
Nuova pausa modello don Togni. 
«Paura. Si sentiva nudo davanti a Lui, incapace di scherzare, di avere l’ultima parola. Ora finalmente l’ha incontrato, il suo Dio, e quel sorriso mi dice, oltre ogni ragionevole dubbio, che per Angelo è stato un incontro felice. Ecco perché dobbiamo essere felici per lui, felici per lui felice». 
Non vedo i Vezzoli. Possibile? 
«Com’era Angelo? Volete proprio saperlo? Ho di lui un’immagine semplice, semplice come un pasto frugale: Angelo era fragile come un cracker e generoso come il vino, quello buono. Sì, generoso con tutti, forse troppo esigente con se stesso. Ma anche affamato di vita, un egoista della vita. Al punto di fuggire da sé, e di non riconoscersi tale. Ma state un po’ a sentire che cosa mi ha chiesto di leggere in questa occasione. Mi ha lasciato le sue istruzioni in una lettera scritta apposta. Ha scelto un brano tratto dalla Gerusalemme liberata, un brano del Tasso: 

Temerò me medesmo; e da me stesso
sempre fuggendo, avrò me sempre appresso.

Sì, Angelo sapeva che fuggendo da sé avrebbe avuto sempre se stesso davanti agli occhi. Perché si fugge non da qualcosa, ma da qualcuno. Da se stessi in primo luogo, dalla verità in particolare». 
E per verità potete capire da soli cosa intendo. 
«A me, diletti fratelli, quella citazione presa dal Tasso ha richiamato alla mente la Gerusalemme celeste, quella di cui si parla nell’Apocalisse: “Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”». 
Qui devo chiarire, altrimenti sembra un’omelia nuziale. Sta’ a vedere che Imeneo… 
«Questa è l’ultima visione dell’Apocalisse, è il compimento della creazione, che si realizza proprio con la vittoria sulle forze del male. È un’umanità nuova quella che si annuncia, una sposa ricca d’amore e pronta alle nozze. Tra Dio e gli uomini non c’è più distanza, tutto è finalmente amore, tutto è finalmente comunione in Cristo. Come dice l’Apocalisse: “Io sarò il suo Dio ed egli mi sarà figlio”». 
Angelo padre, Angelo figlio. 
«Ecco perché le vostre, le nostre lacrime di dolore sono, anzi devono essere lacrime di gioia. Il Cristo crocifisso oggi è risorto. La morte oggi si fa sposa, e sorride. Oggi si compie una vita, la vita di Angelo». 
Il nostro Angelo. 
«Una volta, carissimi, ricordo che Angelo mi ha detto: “Luigi, proprio vero che la vita scappa tra le dita. Se non ci fosse di mezzo una sciocca rima baciata, mi piacerebbe far incidere queste parole sulla mia tomba: la vita scappa tra le dita”». 
Così aveva detto, davvero. 
«È qui che riconosco Angelo, con quel suo furore di vita, quella frenesia di fare mille cose ogni giorno, magari senza mai concluderne una. Ma tutte cominciate per gioia, per passione. Per amore. Per nobiltà d’animo. Perché Angelo era nobile: non solo per blasone, non solo per via genetica, cosa che d’altronde ai nostri giorni vale davvero poco. Angelo era nobile in opposizione al mondo, per reazione, magari pure per ripicca. Non solo per origine, ma per destino. Angelo era nobile contro la volgarità del suo tempo, del nostro tempo». 
Nuova pausa, perché quando si dicono certe cose bisogna aspettare che si stampino per bene. 
«Ricordo il discorso di Angelo alla municipalità, quella volta che aveva donato al museo civico la collezione di orologi del nonno Gabriele. Era il Settantotto, il quarantesimo della morte di suo padre Gian Giacomo: un padre che quegli orologi aveva ereditato e imparato ad amare, ad accudire. Ascoltiamo le parole di Angelo in quell’occasione: 
“Viviamo in un periodo impazzito: la solenne cura del tempo non è solo nostalgia ma sintomo e simbolo di qualcosa d’altro, di nuovo. Segnare il tempo significa poter e saper guardare oltre. Donare questi orologi alla città per me significa questo: significa avere a cuore il futuro”. 
Avere a cuore il futuro. Ricordo Angelo qualche sera dopo a casa sua. Aveva conservato qualche esemplare minore della collezione. Lo rivedo in lacrime mentre caricava quegli orologi, uno a uno». 
Non devo esagerare, sennò va a finire che la Costanza non regge. 
«Ma ritorniamo alla parola di san Giovanni, alla lettura che avete ascoltato prima: “Fratelli, noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte”. Eccolo ancora qui, Angelo: lui forse ha creduto in Dio a partire non dalla fede, ma dalla vita. Non dalle certezze, ma dall’amore. Per tutta la vita ha chiesto a Dio, con le parole del Salmo: “Rispondimi presto, Signore, viene meno il mio spirito. Non nascondermi il tuo volto”. Anche per questo ad Angelo ho voluto bene, sempre. Fin dal primo momento. E lui mi è sempre stato vicino, come solo un vero amico sa fare, vorrei dire come un vero cristiano. Grazie, Angelo, del tuo meraviglioso sorriso. Grazie e a presto». 
Cavolo, mi sono scordato di Matteo 18,3. 
Nel breve tragitto verso il centro dell’altare, per un secondo di spalle ai fedeli, don Luigi si tirò via un accenno di lacrima col dorso della mano. Intanto attaccavano i musicisti, perché don Luigi aveva previsto di concludere la sua omelia con la musica suggerita da Angelo. Un brano dolcissimo, celestiale, questo Imeneo del Monteverdi. 
E poi, come sempre, dopo l’omelia la funzione è tutta in discesa, il momento critico superato. Anche i fedeli si rilassano, ormai manca poco. Sulle ultime parole, al commiato, quando la messa è davvero finita, puntuali come un cronometro i necrofori schiodano le porte della chiesa, e avanzano lenti lungo la navata. 
Don Luigi scese dall’altare per il rito dell’incenso. Vide la bara con quel cuscino di rose, la bara di Angelo su un carrello completo di ruote. Ai piedi del feretro, un passo verso l’uscita, verso la luce, stava immobile la croce. Solo allora don Luigi si rese conto: è la croce che tiene salda la bara, che altrimenti magari fuggirebbe via impazzita per le navate di questa povera chiesa. Fuggirebbe lontano, senza meta. Proprio come il dolore. 
Mentre spandeva l’incenso, tra le volute di fumo che velano il pianto, proprio lì, proprio in quel mentre don Luigi comprese davvero la morte e la sofferenza, la vita e i sogni, la luce, le lacrime, i bambini e Matteo 18,3, la gioia, il rischio e persino la fame e la sete. 
Solo giù dall’altare. Come il Cristo, uomo tra gli uomini, divina speranza di vita.


Tutto ma proprio tutto sul Sorriso del conte.

2 Commenti

  • Angela Posted 26 Aprile 2022 15:07

    Promosso a pieni voti!

  • Ricky Posted 26 Aprile 2022 14:52

    Devo dire molto molto bello!

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