Le carte del Tumiati

Il post che tre giorni or sono ho dedicato alla mia scelta di lasciare la carriera di insegnante, Addio, scuola, ha ricevuto parecchi commenti dai lettori. Anche per questo oggi vi regalo un mio racconto ambientato in un classe di Liceo, dove si racconta di un ragazzo così misterioso che….


«Ma neanche per sogno!».

Ora, che il Tumiati se ne uscisse dal bozzolo con una frase del genere era quanto meno singolare, visto che da inizio scuola, ovvero dalla bellezza di mesi tre, se ne stava parcheggiato nel banco senza quasi mai dare segno. Che osasse poi interrompere la De Caro al massimo dei pistoni, al colmo di una delle sue mitologiche tirate, era roba da stupefare la classe intera, maschi femmine e indecisi pure. Per ardire tanto, Tumiati Alessandro manco aveva alzato lo sguardo in direzione lavagna, dove brulicavano avanzi di gesso sul tema poesia e dintorni, con qualche superstite contorno di discipline minori. Come sempre, lui se ne stava curvo su certi misteriosi foglietti, minute varie per misura e colore, un palinsesto di carta tutto suo che a guardar bene ogni giorno perdeva e guadagnava qualcosa. Quell’anno il Tumiati era piovuto al liceo Manzoni da chissà quale angolo del Paese. Magari la solita storia di genitori vaganti per ragioni d’impiego, oggi qui domani là. I primi tempi qualche volenteroso ci aveva provato a fare gruppo:

«Tumiati, se ti serve il programma…».

«Programma?».

Oppure:

«Tumiati, ascolta, il giovedì pomeriggio noi del gruppo teatro…».

«Il teatro non mi interessa».

Ora, col senno di poi, pensare al Tumiati che vaga in calzamaglia per la palestra in cerca di ispirazione non è proprio cosa. Chiaro che lui faceva gruppo a sé, non dava spago. E quando veniva interrogato, se la cavava con l’essenziale, nemmeno un fiato di troppo: in classe si vede che stava attento. Solo che ogni due per tre disponeva tutti i suoi fogli sul banco, guardava d’un fiato quel tesoro con espressione invero radiosa e poi via, nuovo ordine, o disordine, tanto per noi spettatori era lo stesso. Ovvio che ’sto fermento inibiva tutti: i compagni, perché a inseguire il gioco delle sue carte si perdeva il filo della lezione; e il corpo docente, prova tu a spiegare con uno che davanti al naso ti manipola e rimescola senza requie. Proprio la De Caro una volta aveva avuto l’ardire di chiedergli dritto per dritto cosa ci facesse con quei fogli.

«Prendo appunti, non vede?».

Traduzione:  la  prendo  per  i  fondelli,   gentile   professoressa,   non  se  ne è ancora accorta? La facevo più intelligente, ma certo non si può pretendere.

Anche il Perego, quello di greco, una volta ci aveva provato ad avere ragione di tutto quel suk di carta:

«Tumiati – pausa a effetto, come quei tiri in porta che stanno lì sospesi per aria, e poi d’improvviso volano all’incrocio che l’estremo difensore non si capacita – Tumiati, cosa stavamo dicendo?».

Ma lui lo sapeva cosa stavamo dicendo, eccome: glielo aveva snocciolato per filo e per segno, tutte le ultime parole senza sgarrarne una. Comprese declinazioni, eccezioni, varianti. E allora al povero statale non era rimasta che la misera autorità dettata dal ruolo:

«Tumiati, vedi di metter via quei fogli».

Partita chiusa. Lentamente il ragazzo aveva ricomposto tutto quanto, come se l’ordine gli costasse un sacrificio fisico. Ma poco dopo, non si sa come, le carte erano ancora lì a galleggiare sul banco. E tutti noi a strologare sul perché di tanto fervore. Anzi, in classe si era ormai alle scommesse: prevaleva la tesi  “è uno scrittore”, un paio di fanciulle preferivano la variante “poeta” con sospiro incorporato. A parte la palude dei “boh”, i maschi erano perlopiù per la spiccia versione “cosa cavolo me ne frega?”. Insomma: il Tumiati certo riempiva i discorsi, anche se a buttargli lì qualcosa non c’era sugo, pochi si azzardavano al discorso diretto. Lo si sapeva dal principio: risposte zero, o quasi. Il più delle volte lui reagiva fuori tempo massimo, quando manco ti ricordavi che gli avevi chiesto. E a niente servivano gli argomenti più ordinari del campionario maschile:

«Tumiati, a che squadra tieni?».

Silenzio. Evidentemente lui non teneva. Nemmeno quel fanatico del Masini riusciva a scuoterlo:

«Tumiati, te lo giuro, mi son fatto la Garelli!».

Al che subito qualcuno con la mano faceva la mossa di dare gas alla moto, con tanto di colonna sonora a labbra mobili. Vulgata: caro Masini, la Garelli intesa come moto i tuoi te la possono anche comprare, ma la Garelli intesa come femmina non te la dà di certo. La quale signorina, va ricordato per completare il quadro, era da sempre avanti un anno, nel senso che già in terza media aveva la quarta di reggiseno.

Io lo so, ero in classe con lei anche alle medie. Mi ricordo che quando un professore la spediva a prendergli il caffè, noi bambinoni si faceva la rissa per andare in bagno: con il vassoietto in mano, la Garelli era divorata dal dilemma se tenere a bolla l’espresso o tutelare le curve. Siccome per nostra fortuna veniva prima il caffè, se ti riusciva l’imboscata bastava raccontarlo agli altri maschietti che ai poveri ormoni gli veniva la febbre. In effetti, a pensarci bene, proprio con la Garelli una volta Tumiati si era lasciato andare. La fanciulla si era infervorata per adottare tutti quanti un ragazzino di chissà dove. Perorava la causa con tanto di moduli e spieghe:

«Sono sei fratelli, lui è il primo: si chiama Victorio, ha undici anni, ma dicono che ne dimostra al massimo sette-otto, poverino. Se facciamo una colletta…».

Dopo la pausa di circostanza, la Garelli stava già passando tra i banchi per raccogliere firme e contante.

«Perché proprio lui?».

Tumiati che parla, da non credere.

«Beh, non è lui in quanto lui, ce ne sono tanti, però c’è un’organizzazione, sono loro che ti segnalano…».

La voce della Garelli si era persa per via. Uno, perché Tumiati aveva parlato; due, perché le poche volte che il ragazzo alzava gli occhi metteva tutti a disagio.

«Di bambini indigenti ce ne sono tanti, immagino», riprese il ragazzo. «Mi piacerebbe sapere perché dovremmo scegliere proprio lui. Ha più problemi, è più sfortunato di altri? O, visto che qualcuno lo ha scelto, è forse più fortunato?».

E giù il crapone sulle amate carte, con la Garelli che non sa più come uscirne. Proprio così, le frasi di Tumiati erano senza appello. Strade a fondo chiuso, di quelle così strette che fatichi a venirne fuori in retro. Regola valida per tutti, persino per la De Caro: quella volta del “neanche per sogno” la professoressa se n’era rimasta appesa con la mano a filo cattedra nell’economia della sorpresa. E non era finita: dopo aver interrotto la De Caro, quella volta Tumiati parlò, eccome se parlò.  Una tirata di almeno cinque minuti. Parlò di poesia, disse che non si può pretendere che tutto fili secondo geometria: per l’arte, quella vera, ci vuole il caso, l’illusione, la mania. Ci vuole passione, certo, ma anche una buona digestione. Cosa c’entrasse la digestione non lo so, ma me lo ricordo perché raccontò di certe focacce buonissime di quando era piccolo. Aggiunse poi che senza sorpresa non nasce nulla, un briciolo di vita, un viaggio vero, figurarsi una lezione. Adesso non mi è tutto chiaro, ma quel giorno lì il discorso filava via liscio che era un piacere. Come il vino dopo il terzo bicchiere.

Dopo quel  memorabile  sermone,  la classifica su Tumiati  veniva così aggiornata: salivano di botto le quotazioni per scrittore e poeta, scemava la palude dei “boh”, resisteva un imperterrito “cosa cavolo me ne frega?”. Prima di un qualsivoglia provvedimento disciplinare, Tumiati era già altrove. Via con la famiglia, emigrato. Più saputo niente di lui. Oddio, non è l’unico, perché l’università ha fatto scempio di amicizie che si credevano eterne. Persino la Garelli, sempre intesa come femmina, nessuno sa più dove sia finita, questo sì che è grave.

E non so bene perché, ma proprio io, l’irriducibile del “cosa cavolo me ne frega?”, proprio io sono qui che digito alessandro tumiati su Facebook: in prima fila si presenta un tizio senza foto, nelle info salta fuori che in America ha collaborato a progettare un sistema che fa risparmiare energia ai motori. Una roba ecologica, poca emissione nell’aria. Provo a scrivere, si sa mai. Testo veloce, così nel caso non faccio figure:

“Sono Luca Molteni, liceo Manzoni di Cambiate, la prima B dell’84-’85. Sei tu il Tumiati che era in classe con noi?”.

Sto per scollegarmi che arriva il verdetto.

“Credo di sì”.

Credo di sì, risposta inconfondibile: è lui, eccome se è lui!

“Te ne sei andato dopo solo tre mesi. Motivo?”.

Adesso mi risponde fatti i fatti tuoi.

“Ci sono famiglie stanziali e famiglie migranti”.

Mi sta bene, così imparo a fare domande idiote. Meglio chiedergli che ci fa in America.

“Sono qui per il dottorato di ricerca, collaboro col GARP”.

Non vorrei far figure, ma se una cosa non la so non la so:

“GARP?”.

Adesso stacca, livello troppo basso. Luca Molteni squalificato. E invece no.

“Global Atmosphere Research Project. Buco dell’ozono, riscaldamento globale, roba così”.

Sta’ a vedere che mentre noi altri in classe cercavamo di capire che ci faceva con le sue carte, mentre le ragazze deliravano per la terra promessa di Ramazzotti, sta’ a vedere che lui era già lì che ci dava dentro con formule e motori. Indago:

“Ma mi vuoi dire cosa cavolo ci facevi a quel tempo con tutti quei foglietti sul banco?”.

Se mi risponde a questa, giuro che mando una mail a tutti quelli della classe. Oggetto: Le carte del Tumiati, mistero risolto!

“Cercavo di mettere ordine nel mondo mimandone il disordine”.

Se agli altri scrivo una stronzata simile mi tolgono il saluto a vita. Devo saperne di più:

“Sì, ma che ci scrivevi sopra?”.

“Li decifravo e basta. Erano come una mappa, un portolano”.

Portolano? Lasciamo perdere, meglio cambiare angolo.

“E quella volta con la De Caro, quando le hai sparato tutto quel discorsone filato? Pensa, da allora non si è più ripresa, l’anno dopo è andata in pensione. Ma cosa ti aveva preso?”.

“Francamente non mi ricordo”.

Un avverbio in più del dovuto. Vuoi vedere che il ragazzo si è umanizzato?

“E di noi ti ricordi qualcuno? Ardenghi, Bravi, Masini, Perico, Tettamanti, Zanchi…?”.

“Qualcuno”.

Asciuttino, ma se non altro dall’America risponde più spedito che ai tempi della scuola.

“E la Garelli, quella con le tette stratosferiche che non la dava a nessuno?”.

Stavolta un minuto di pausa, magari di più.

“Ti saluta”.

4 Commenti

  • Arnold Posted 10 Settembre 2021 21:28

    Allora, professoresse come questa De Caro qua ne ho conosciuto diverse, ho fatto il classico quindi….. Uno come il Tumiati invece mai, e dire che di strambi ce n’erano nella mia classe. Ce n’era uno, per dire, che veniva SEMPRE in giacca e cravatta, con la pochette, a momenti anche ginnastica si conciava così. Quanto alle femmine, la maggioranza, mi ricordo non nella mia classe una con i capelli azzurri che sembrava la fata turchina, anche se in greco era un portento, e mi sa non solo in greco. Comunque il racconto mi è piaciuto molto, il finale poi…

  • Anonimo Posted 16 Luglio 2021 10:27

    Una finzione simpaticissima che crea un ritmo continuo.

  • Pinuccia Posted 14 Luglio 2021 20:30

    Fortissimo! Ma è una storia vera? O quasi vera?

    • claudio calzana Posted 14 Luglio 2021 20:47

      Ogni storia che si narra è falsa, cara Pinuccia, perché la scrittura non si limita a riflettere la realtà, ma cerca di crearla, forzandola anche, immaginandola ex novo pure, per suscitare emozioni e riflessioni in chi legge. La finzione dunque serve, ben più che l’adesione al vero. E attenzione: anche il verosimile è una falsa pista: perché è troppo ovvio, prevedibile, scontato. Il crisma di una fatto narrato sta nel suo essere così particolare da non essere in alcun modo verosimile.

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