La Festa e la sua storia

Seriate 1913. Prima domenica di giugno, Festa delle Rose.
Enrico, Agnese, Margherita (Daisy o Ghita) Von Wunster (fonte Glauco Von Wunster, Storylab)

La Festa della Repubblica eredita la ricorrenza dello Statuto Albertino, che fin da metà ‘800 si celebrava la prima domenica di giugno. Lo racconto in un mio libro, «Lux», dove immagino che il raduno dei quattro amici dopo il ritorno in patria del Curnis avvenga proprio in quella augusta giornata del 1919.

«Quel giorno ricorreva l’anniversario dello Statuto, inteso come Albertino. Essendo la prima volta dopo la Grande Guerra, a Bergamo la municipalità aveva riesumato la Festa delle Rose, ideata tempo addietro proprio per dare corpo a una commemorazione che, a dirla chiara, non fregava una fava a nessuno. Figuriamoci: la Costituzione in oggetto era datata 1848, i Savoia ovvio che se l’erano tirata dietro con il Regno, ma la vita di tutti i giorni andava avanti uguale anche senza quella carta vergata da Sua Maestà Carlo Alberto, peraltro anche Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, Duca di Savoia, di Genova, di Monferrato, d’Aosta, del Chiablese, del Genevese e di Piacenza; Principe di Piemonte e di Oneglia; Marchese d’Italia, di Saluzzo, d’Ivrea, di Susa, di Ceva, del Maro, di Oristano, di Cesana e di Savona; Conte di Moriana, di Ginevra, di Nizza, di Tenda, di Romonte, di Asti, di Alessandria, di Goceano, di Novara, di Tortona, di Vigevano e di Bobbio; Barone di Vaud e di Faucigny; Signore di Vercelli, di Pinerolo, di Tarantasia, della Lomellina e della Valle di Sesia. Era stato il prefetto Coscia a caldeggiare l’augusta pensata: ai primi del 1919 – un minuto prima di lasciare l’incarico per raggiunti limiti d’età – aveva inviato a Roma un telegramma con i fiocchi, a noi basti il finale: “In ricorrenza Statuto Bergamo si decorerà di rose. Edifizi pubblici et privati finestre botteghe tramvai vetture appariranno fioriti. Cittadini tutti recheranno il roseo ornamento”. La festa venne imbandita in grande spolvero proprio quella domenica mattina che vedeva i nostri eroi accomodarsi, non senza qualche imbarazzo, alla trattoria Giardinetto di piazza Cavour, posticino di lusso con tanto di birra Bock doppio malto in mescita, la novità dei Fratelli Von Wunster. La locanda era guarnita di rose come da bando comunale, ricolma di damerini in tenuta sontuosa accanto a signorine ingentilite da copricapo e trine, senza scordare famiglie complete di pargoli tutti agghindati. Con la felice eccezione del Romeo, di bianco vestito e l’inseparabile panama a offrire il tono migliore, i compari si muovevano stonati, indossando il modesto repertorio di quelli che campano facendo andare le mani».

Nonostante il sapore originariamente liberale, la festa non venne abolita durante il Fascismo, anzi. Si celebrava pari pari, con l’aggiunta di un solenne richiamo a Garibaldi, mancato il 2 giugno del 1882. Non a caso il quotidiano locale titolava (siamo nel 1935):

La festa dello Statuto salda in un medesimo rito patriottico il volontarismo garibaldino e quello delle Camicie Nere

E via di prosa rombante a magnificare l’oceanico corteo:

Lo sfilamento dei fanti, una compagnia dei quali con maschere antigas, è veramente superbo, per ordine, per sincronicità di movimento, per bellezza di massa, per armonia di complesso, per proprietà di tenuta e potenza di armi.

Ed ecco l’immagine che più d’ogni altra salda le due ricorrenze in una: il più anziano tra le Camicie Rosse ancora in vita, Geremia Zanotti, ha ai suoi piedi un bimbo in Camicia Nera, che a far tanto avrà due anni; mentre Zanotti, immaginandolo anche solo quindicenne nel 1860, viaggiava per le 90 primavere. Così a quel tempo la storia veniva appiattita su un’unica visuale: il vecchio e il nuovo, il rosso e il nero, davano luogo a un unico spartito. Come a dire: la storia siamo noi, il futuro ci arride, mica possiamo perder tempo in distinguo e divisioni.

Oggi la Festa della Repubblica celebra il Referendum che scelse la Repubblica e – cosa da ricordare con orgoglio – il primo voto femminile in Italia. Ma credo sia opportuno non perdere traccia di tutte queste svolte e giravolte. La storia è bello raccontarla tutta intera.

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