La giornata libera di un fotografo

Re Nicolò, di Frank Wedekind, Teatro Stabile di Genova, 1981.

È un libro bellissimo: sto parlando de La giornata libera di un fotografo di Maurizio Buscarino, lo straordinario fotografo di teatro noto in tutto il mondo. Il libro – anzi i libri, perché le edizioni sono due – me li ha regalati proprio lui il giorno che ci siamo conosciuti, neanche tanto tempo fa. È il diario di alcune sue peregrinazioni per spettacoli teatrali e compagnie, luoghi magici e visioni. Ci tengo a condividere con voi quel che ho scritto all’autore.
 

Caro Maurizio,
ci ho messo un po’ a prendere in mano il tuo libro, anzi i libri, visto che nell’edizione Titivillus venivo leggendo e nella Leonardo m’incollavo ai tuoi ritratti. Difficile tenere il passo: a volte scappavo avanti per le foto, a volte rincorrevo le parole. Felice asincronia. Mi ha particolarmente colpito il Macbeth di Volterra, ma se devo dirtela tutta, e non so come, il libro – cioè la storia, il racconto, il viaggio e la cornice – mi si è svelato compiutamente a partire dal 2 agosto in poi, dopo le Spiagge bianche. È nel monastero orfano della signorina che mi si è accesa una luce, forse una domanda, o meglio un certezza. Ho capito, no, meglio, ho sfiorato la fatica immane del tuo lavoro: questo sporgersi dal cornicione di un amante ubriaco che può precipitare ad ogni passo, che osserva la scena col dubbio di farne parte, dentro e fuori allo stesso tempo. È quel limite la fatica estrema, o magari è un gorgo. Lo sai tu, io mi contento degli indizi. Fatto sta che dal convento in poi il tuo libro mi è esploso per le mani, e quei brandelli di senso, di bianco e di nero, mi hanno mostrato una direzione, forse la direzione unica e prima di questo tuo viaggio, di questa tua obbligata libertà. È lì che ho combattuto tra l’esigenza di correre al termine del libro, al destino, nella figura del ritorno necessario e consapevole (potrei definirla redenzione, ammesso che il prima sia, anche, peccato); e l’esigenza più profonda di centellinare l’andatura, lo sguardo e l’intenzione; di soffermarsi, di stare presso, di incrociare sguardi e gesti e voci. Mi ci sono impigliato nella sfida, a un certo punto faticavo a distinguere le parole dalle cose, insomma, non mi riusciva di venirne a capo in qualche modo. Ma forse, e davvero, come scrivi alla fine, «conta solo non aver paura». È la certezza che ci accoglie quando il tempo rallenta, il viaggio si placa, la casa si abita e tutto finalmente tace. Grazie ancora per i libri, un abbraccio. Claudio
 

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1 commento

    • Luciano Selvi il 10 Dicembre 2020 alle 16:36
    • Rispondi

    Lei è un grande fotografo per quello che ha raccontato attraverso le sue fotografie io ho un libro stupendo

    immensamente bravo

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