Hitler e lo shampoo


L’avrete letto anche voi: Hitler è stato reclutato per reclamizzare uno shampoo. Succede in Turchia, il Paese nel quale Mein Kampf in questi anni è stato tra i libri più venduti. Certo, pensare Hitler alle prese con lo shampoo più che uno spot sembrerebbe un must del comico: Mussolini che scivola, Stalin in canottiera, Hitler che si fa lo shampoo appartengono alla medesima famiglia: l’alto e il basso mescolati a scatenare il riso. Quanto ai meccanismi della comunicazione, poi, sappiamo da tempo che la provocazione è parte integrante del successo mediatico: la pubblicità tritura tutto, si fa beffe d’ogni situazione, sberleffa la storia e a questo punto non rispetta nemmeno la Shoa. E allora veniamo al tema vero di questa breve nota, l’Olocausto. In un famoso libro, Hans Jonas si interroga sul concetto di Dio dopo Auschwitz. Perché Dio non è intervenuto, perché non ha mosso un dito di fronte a tanto abominio? Secondo il filosofo, Dio avrebbe scelto di rinunciare alla sua onnipotenza per regalare all’uomo la libertà. “Rinunciando alla sua inviolabilità – scrive Jonas – il fondamento eterno consentì al mondo di essere. Ogni creatura è debitrice dell’esistenza a questo atto di autonegazione e ha ricevuto con essa tutto ciò che può ricevere dall’aldilà”. L’onnipotenza divina, se capisco bene, è tale da saper rinunciare al suo stesso fondamento. Solo così Dio ha potuto creare l’uomo, regalandogli la libertà, che da semplice attributo si fa sostanza dell’essere uomo, affermazione di quella negazione prima. Ma se Dio è stato capace di tanto, allora anche il mondo degli spot potrebbe rinunciare all’onnipotenza, o meglio all’idea di essere tale. Se per compiere questo passo alla pubblicità servisse un concetto, un semplice nome, Dio questa singolare rinuncia pare l’abbia chiamata amore.
 

9 Commenti

  • ccalz Posted 1 Aprile 2012 14:25

    I bisogni sono sempre indotti, si può campare benissimo con un decimo e rotti di quanto riposa nei nostri frigo e armadi. Diciamo allora che il bisogno da me indotto deve superare il bisogno indotto da qualcun altro. E per far ciò un po’ subdolo lo devo essere, o quanto meno scafato, diciamo. Il tema base mi sembra però questo: qui si produce troppo per un mercato che si restringe sempre più. Si va avanti come se nulla fosse, scaffali pieni e tasche vuote. E allora il consumatore si indebita, fa circolare denaro che non esiste tramite le carte di credito, lo evoca come per magia. Ma quel denaro non esiste, se non nei sogni di chi lo spende e di chi lo richiede. E allora tutto s’inflaziona, o stagflaziona, fai tu. E orde di merce son pronte comunque a rimpiazzare il venduto. Càpita come per i cani, che non son mai sazi anche se sono pieni.

  • mariangela Posted 1 Aprile 2012 12:19

    No, non l’ho comprata. Manco mi ricordo che modello fosse. So solo che era di color rosso sangue metallizzato. Ma io sono la disperazione dei “markettari”: troppo scafata dalla conoscenza di come funziona. E poi, sono quel tipo di utente che induce gli esperti di comunicazione a chiedersi: ma lo spot si farà ricordare in sé e per sé, oppure il prodotto avrà la meglio e non sarà oscurato? Se uno spot mi fa ridere, magari non mi alzo dal divano per andare a prendere un biscottino in cucina, e lo guardo. Esso-lui, lo spot. Non il prodotto. 🙂

    Come tu interpreti il tuo ruolo è rassicurante. E’ la filosofia di Kotler che io condivido appieno: prima i bisogni, poi i prodotti. E, per fortuna, di prodotti che a quella filosofia rispondono ce ne sono tanti. Magari, però, resterebbe da dirimere la questione: “bisogni effettivamente latenti o semplicemente indotti?”. E anche la questione della risposta “estesa” da parte dei produttori che diventa “attesa” dagli acquirenti il giro dopo mi pare di particolare interesse. E’ alla base di una differenziazione talmente spinta da aver incasinato le imprese (fine del fordismo) e indotto l’iper consumismo (indebitamento). Che ne dici? 🙂

  • mariangela Posted 30 Marzo 2012 18:51

    Per alcuni anni della mia vita accademica ho insegnato anche marketing. Cercavo di convincermi che, come disciplina, fosse …una cosa seria (non me ne avere, CCalz!). In fondo Kotler diceva che fabbricare solo i prodotti che i consumatori desiderano contribuisce a eliminare gli sprechi e, dunque, il marketing ha un suo scopo sociale (qui ci sarebbe anche troppo da (ri)dire e, dunque, soprassiedo).

    Il vizio di riferirmi al marketing anche quando ho ricominciato a insegnare solo economia mi è rimasto, tanto per far capire agli studenti come esso possa influenzare la “razionalità” del consumatore su cui si basa la questione teorica della definizione della domanda di mercato, elasticità compresa. Durante le mie divagazioni sul tema mi sono spesso ritrovata a dire agli studenti che se volevano sapere in quale “gruppo omogeneo”, vale a dire segmento, di consumatori erano stati catalogati dagli esperti di ricerche di mercato, bastava che riflettessero sugli spot pubblicitari. Individuando il preferito e facendo mente locale sul “sentimento” su cui lo spot fa leva, potevano capire quando avrebbero avuto la tendenza a “beccare” nel caso qualcuno volesse loro rifilare qualcosa.

    Mi chiedo allora, su quale sentimento fa leva lo spot con Hitler come protagonista e chi mai possono essere quelli che “beccano”? Non oso darmi una risposta. Maestro CClaz, tu che sei più esperto di me cosa risponderesti?

    P.S. A me piaceva lo spot della Fiat in cui l’automobilista si scoccia del ciclista, piedi intrappolati nei pedali della bici da corsa, che a ogni semaforo si appoggia alla sua auto nuova e, allora, al semaforo successivo fa improvvisamente marcia indietro mentre il malcapitato allunga il braccio, facendolo spiattellare per terra. L’hanno ritirato perché “politicamente scorretto”. Ho concluso che sono un po’ str… e che sarei una facile preda per chi vuol vendere cerbottane. 🙂

    • ccalz Posted 31 Marzo 2012 18:26

      Temi importanti, Mariangela, proverò a darti una risposta sintetica, se ci riesco. Lo spot con Hitler protagonista poteva venir confezionato solo in Turchia (o zone analoghe), dove l’antisemitismo è molto accentuato. Quindi da quelle parti c’è qualcuno che si identifica nel dittarore tedesco, così come altrove ci sarà qualcuno che idolatra Stalin. Dalle nostre parti potrebbe pure saltar fuori uno spot sullo shampo con Mussolini pelato, chi lo sa. Non lo dico ad alta voce sennò succede. Quanto al marketing, io ne diffido se non in una sola accezione, nella quale mi ritrovo appieno: il marketing non è raggiro, semmai difesa del consumatore. Così io lo interpreto nel mio ruolo: devo contribuire a creare qualcosa di utile, valido, onesto nel prezzo, scevro da secondi fini. Un buon prodotto perché conosco il mio consumatore, e mi pare di poterne interpretare al meglio i bisogni. Quanto all’identificarsi negli spot, è una gran bella palestra. E qui ci vuole il coraggio di confessare, come tu hai fatto. Ma la domanda è: l’hai poi comprata la macchina per cui hai sorriso tanto?

  • Manuela Posted 30 Marzo 2012 10:13

    Parole sante e sagge, mi piace soprattutto il finale. Sono convinta che la pubblicità esagerare, saranno anche nervosi per la crisi ma ci sono dei paletti che non bisogna oltrepassare. Avere dei limiti non bisogna viverlo come un alimitazione, ma come buon senso.

  • Massimo Posted 28 Marzo 2012 15:57

    Considerazioni sintetiche, ma suggestive e molto efficaci per la consequenzialità logica dell’argomentazione. Mi è molto piaciuto quello che hai scritto.
    La rinuncia all’onnipotenza da parte dell’ Onnipotente mi ricorda la Critica della Ragion Pratica kantiana, in cui si sostiene che la massima libertà per l’uomo è proprio quella di seguire la legge morale, quell’ imperativo categorico in quanto universale. Entrambe le situazioni, sia la rinuncia divina che dona la libertà all’uomo, sia la vera libertà umana che consiste nella rinuncia all’onnipotenza dell’individuo, possono essere definite dal concetto di “Amore”.

  • giacomo Posted 28 Marzo 2012 14:58

    Carissimo Claudio,
    forse la nostra generazione ha insistito circa l’argomento, ma a quanto pare un refresh della storia recente è da considerarsi d’obbligo onde evitare spiacevolissimi decadimenti culturali.
    Miglioriamo i nostri media, riempiamoli di senso, faremo certo un favore ai nostri figli.
    giacomo

  • Anonimo Posted 28 Marzo 2012 12:29

    molto, molto, bello!

    • Maddalena Vicini Posted 28 Marzo 2012 12:30

      ero io che volevo dire… molto, molto, bello!

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