Centone?

Certo che se mi ostino a presentare parole belle attraverso parole altrettanto belle che però non spiego qui non si va lontano. Per capirci: nel mio post di ieri ho proposto un centone di parole belle, cioè un testo dove i più non avranno capito una mazza. Perdonatemi, è più forte di me. Ma quanto meno devo spiegarvi che vuol dire centone, visto che non è parola proprio d’uso comune. Quand’ero piccolo, ai tempi delle lire, il centone equivaleva al centomila lire, cioè praticamente un miraggio. In verità, il termine è aulico e dotto, e sta per collage di parole o testi. Deriva da un termine greco, kéntrōn, che indica un abito fatto di tanti pezzi di stoffa diversi, come il costume di Arlecchino. Nel mondo classico il centone era un’opera composita che alcuni antichi autori si divertivano a cucire traendo brandelli dalle opere di grandi poeti, come Omero e Virgilio. Un’opera costituita da citazioni, dunque, dove l’abilità sta nel non far capire che di citazioni si tratta, ovvero nel dare al lettore la sensazioni di leggere un originale. Il mio di centone, fatto di parole strambe e strane, direi che non ambiva a tanto. Diciamo che si tratta di un divertissement, un calembour. E adesso non venite a dirmi che queste ultime espressioni non le conoscete, sennò vado avanti all’infinito con ‘ste parole e non ne usciamo più.

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