Enzo, il libraio

Enzo fa il libraio, non per niente mi scrive a proposito della mia divagazione dedicata a scrittori e narratori. Lo fa con piglio e competenza, parlando anche dei premi letterari e del loro strano destino odierno. Parole da meditare ben bene, soprattutto quando parla di chi conosce e racconta la vita, e chi no, ma anche quando allarga lo sguardo alla saggistica e alla poesia. Grazie, Enzo. [ccalz]

Poni il problema e insieme ne dai la soluzione. La letteratura colta registra forse una prevalenza della scrittura, ma esiste poi una fascia di letteratura per il medio e basso lettore che è pura narrazione, ma fine a se stessa. Narra vite senza preoccuparsi di cosa dice. L’importante è la storia. Da Harmony in poi questa fetta di scittori si è moltiplicata.
Ritengo più interessante la distinzione fra narrativa pura e narrativa celebrale (come ami chiamarla tu). Oggi nella narrativa c’è molto di quest’ultima. La narrazione deve essere evocativa e non affermativa (nel senso di esporre una tesi ragionata).
Molta letteratura di oggi tenta la strada evocativa, ma le riesce solo in parte. Ho come l’impressione che prima si ragioni su quello che si vuol dire, poi si costruisce la storia. Io non sono uno scrittore e non so come avvengano queste cose, ma posso immaginare che sia più fruttuoso mettersi dentro una storia e lasciarsi trasportare nella sua capacità evocativa.
Non opporrei invece la saggistica alla letteratura. I migliori poeti (pur non essendo un grande frequentatore di tale genere) sono stati quelli che avevano una buona formazione anche filosofica. La filosofia di Heidegger (se non la sua scrittura) quanti poeti ha ispirato?
Insomma, alla fine diciamo che la vera frattura si ha tra coloro che conoscono bene la vita (e di sicuro la sanno narrare) e quanti si adeguano a non so che cosa, ma il loro adeguarsi genera troppo spesso una scrittura cerebrale.
Per i premi è da quando faccio il libraio che nel giro dei promotori si è sempre saputo fra chi si spartiscono. Ricordo negli anni ’90 erano le opere che nascevano su misura per vincere certi premi. Per anni si è salvato prima lo Strega e poi il Campiello. Oggi non saprei perchè vincere un premio ha una forza di marketing molto forte per una casa editrice.
Per stemperare questa accusa si può anche dire che non tutti gli anni vedono la luce delle opere degne di sopravvivre più di qualche anno.
Poi c’è sempre uno che scrive “Il sorriso del conte” e…. non si sa mai

Ciao Enzo

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