Le parole di Ida

Bergamo, primi del ‘900. Una vista delle vie Broseta e san Bernardino

Si chiama Ida, ha scritto una lettera sul “sorriso del conte” a un amico. È una lettera splendida, a tratti commovente. Contiene tanti e tali spunti di lettura che sembra che Ida mi conosca molto bene e da tempo. Non è così, non ci siamo mai visti. Invito tutti a leggere le sue parole. Grazie Ida, grazie di cuore. [ccalz]

Bergamo, 6 febbraio 2008
Ho letto (e in diversi punti riletto) il libro di Claudio Calzana. Il mio giudizio generale è questo: si tratta di un libro per privilegiati. Per apprezzarlo pienamente, infatti, devi avere alcuni requisiti personali. Se non ce li hai, l’ottanta per cento del suo valore va perso. Elenchiamoli, dunque.

Innanzitutto è opportuno che il lettore sia bergamasco; non indispensabile, ma opportuno. Io sono nata e vissuta nel Borgo S. Leonardo e i miei ci sono rimasti fino al 1980, il che la dice lunga sul mio gradimento…

In secondo luogo è indispensabile che il lettore sappia tenere le antenne alzate, e non si lasci tradire da una falsa impressione di semplicità linguistica. Calzana dimostra una grande dimestichezza con il vocabolario: nessun nome o aggettivo o verbo è messo lì a caso. Viene scelto con accuratezza per raggiungere uno scopo preciso. Se si coglie questo, tutto diventa godibile e coinvolgente.

Una terza predisposizione irrinunciabile è il senso dell’umorismo. Le descrizioni dei fatti e delle persone sono pervase da un’ironia sottile – sarei tentata di dire manzoniana – che ti serpeggia con un guizzo implacabile dalla pupilla al cervello e, giunta alla meta, ti fa scoppiare in una risata da fuochi d’artificio. Lo stesso effetto esplosivo ti fanno gli incredibili giochi di parole, appena sei riuscito a ricostruire la sintassi e la logica.

Il romanzo mi è piaciuto moltissimo (mi metto nel numero dei fortunati che hanno i requisiti necessari) e credo appartenga a quella categoria di racconti che ogni tanto si riprendono volentieri in mano e si rileggono con immutato piacere, scoprendovi sempre qualche particolare inaspettato. Comunque lo si affronti, è comunque uno scritto che induce a pensare, anche nel sorriso o addirittura nello sghignazzamento. Non lascia assolutamente indifferenti o indenni da frustatine che vanno bene a tutti.

Affascinante l’abilità di filtrare la Grande Storia facendola camminare a fianco del piccolo vissuto della Bergamo provinciale, come del resto quella di dare colte pennellate di pedagogia, filosofia e arte senza apparire come il ‘sapientino’ di turno.

Da segretaria e collaboratrice di biblista, sono rimasta profondamente colpita dall’intensa sensibilità evangelica che fluisce da tanti passi. A volte è una vera e propria catechesi di eccezionale valenza, a tratti capace di commuovere, e di portare a riflessioni tutt’altro che banali.

Grandioso, poi, sublime il finale. Quel sorriso che il lettore attribuisce al conte, portandosi dietro questa persuasione per tutta l’avventura, chiude il racconto in modo mirabile: in realtà appartiene, segno di continuazione e di eternità, al volto del figlio!

È uno scritto di facile e trascinante lettura, perciò si presta al rischio di essere trangugiato voracemente. Merita, al contrario di essere assaporato a piccoli e goduti bocconi, di essere apprezzato come una leccornia prelibata da non consumare troppo in fretta. Ma qui la forza di volontà è messa a durissima prova!

Se dovessi definire in pochissime parole lo stile di Calzana, direi che ha la fresca leggerezza di un quadro ad acquerello: non ti stanchi mai di guardarlo, e ogni volta che ci posi sopra lo sguardo scopri dettagli nuovi e gradevoli, che ti aprono alla serenità e alla riflessione, seria ma senza dolore.

Un unico ‘neo’, se posso permettermi. Perché Calzana ha scelto, per la presentazione, una fotografia in cui porta gli occhiali? Il suo sguardo è quanto mai espressivo. Quando nel libro ‘traduce’ o ‘mette in vulgata’ le frasi dei vari personaggi, c’è dentro proprio il suo sguardo penetrante, pronto a cogliere ogni particolare dell’interlocutore.

È quel tipo di sguardo che, quando scruta, ti fa augurare di non trovarti sulla linea d’orizzonte. Peccato, averlo nascosto.

Ti affido questi miei pensieri. Fanne l’uso che ritieni più opportuno. E comunque salutami Calzana con simpatia. Non dimenticare di fargli i miei complimenti: un bel cervellino!!!

Ciao, ciao.

                                                                                           Ida

P.S.: Forse questo farà sorridere Calzana. Sta’ a sentire. Oggi alle 14.05 ho finito di leggere il romanzo. È talmente credibile che mi sono infilata giacca e scarpe e sono andata a piedi (non avevo la pazienza di aspettare l’ATB) in Via Broseta, 13. Proprio di fronte alla chiesa di S. Rocco:

«Casa vecchia, portoncino nuovo. Sette appartamenti, a dar retta al citofono…». Quattro piani, l’ultimo con un solo appartamento. «Due finestrelle che davano sul borgo, finestre basse – altezza vita e con ringhiera in ferro battuto – tipiche delle case con tetto spiovente».

Era lì, davanti a me, sul marciapiedi opposto al mio. Perfetta. Non ho resistito: ho attraversato la strada per leggere i nomi nelle targhette. Vuoi vedere che c’è “Petrini”???

Per fortuna no, non c’era. Ma il dubbio rimane comunque, quando tutto è così vicino alla verità…

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P.S. dell’autore. Per i più curiosi, ecco alcune recensioni in pillole al mio primo romanzo

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