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Dic 23 2015

Nel mezzo del cammin

IMG_0148 Da qualche settimana Dante è protagonista su Tv2000: “Nel mezzo del cammin” è una trasmissione in 34 puntate che va in onda il lunedì poco dopo le 21 (sul sito dell’emittente potete vederle in streaming). L’ha pensata e la conduce Franco Nembrini, già insegnante in quel di Trescore Balneario e Calcinate, Bergamo. Ora, a toglier di mezzo gli indugi, dichiaro subito che Franco lo conosco e stimo da tempo, per cui vi lascio liberi di pensare che il mio parere sia di parte. Senonché, proprio perché lo conosco, vi posso assicurare che lui di un banale attestato di stima mio o di altri ci farebbe su un aeroplanino di carta, nel senso che non è quello che esige dagli amici.

Parto dall’aspetto produttivo: per un’emittente italiana questo programma rappresenta un investimento straordinario: uno studio molto ampio, una scenografia eccellente e calibrata, che vi lascio il gusto di scoprire; luci perfette, calde, con le ombre al posto giusto e quando serve; invisibile il microfono del professore, a suggerire la naturalità del dettato, parecchie telecamere, con effetti dal binario al dolly – se ho visto giusto – senza rinunciare alla steadycam, cioè la macchina portata a spalla da un operatore a caccia di dettagli. E uno straordinario lavoro di post produzione, un accompagnamento visivo sapiente e prezioso al tessuto della lezione: grazie al lavoro di regia, la voce di Nembrini si insinua tra il pubblico, tra quei visi, gli sguardi intensi, lo stupore e il sorriso, qualche dettaglio a precisare il qui e ora. Spettatori di ogni età che si fanno protagonisti di una lettura che li chiama in causa non come discenti, ma come uomini e donne. E noi con loro, affascinati dal richiamo impetuoso del dettato.

Insomma, la faccio breve: siamo in presenza di un azzardo produttivo che raramente da noi ho visto mettere in campo. Una produzione pensata e realizzata non solo per il mercato nazionale, ma pronta per quello internazionale, sempre affamato di contenuti degni del nome. Mi sono messo nei panni di chi ha rischiato questa cosa qui, affidandola non al Benigni piuttosto che al Sermonti, no, ma al Nembrini Franco, perlopiù oscuro alle folle, e a un regista (Nicola Abbatangelo) che mi dicono abbia 25 anni. Faccio fatica a crederci, questo ragazzo oltre che bravo deve averci messo l’anima e il cuore.

Quella che ho visto è una trasmissione di grande spessore, non solo per la componente tecnica, sontuosa, o per l’investimento, potrei dire sconsiderato a dar retta ai budget consueti; ma anche per il coraggio di interpretare al meglio una richiesta al momento non ancora consapevole nemmeno ai telespettatori più evoluti: la richiesta di programmi non solo ben fatti, curati, attenti; ma soprattutto profondi, capaci di mettere in gioco non solo il nostro tempo, ma anche i temi fondanti la nostra vita. Qualcosa che ci riguarda da presso, che non lascia indifferenti, che ti tira dentro la scena e la vicenda: perché Dante è così, non lascia scampo. Direi una tv che contraddice anni di format e di miserie, una tv finalmente ricca di senso e pure affascinante; eppure fatta di niente: giusto parole, storie e suggestioni. Una tv civile, direi, che ti prende per i capelli con l’intento di renderti migliore. A momenti un destino, di certo una promessa.

IMG_0149 E Poi c’è Franco. Ecco, lui non è uomo da cattedra, semmai racconta, dialoga e divaga. Legge qualche brano, lo commenta, parla dei suoi studenti, di quel che nella vita gli è capitato. Parla anche di Dante, certo, della Commedia, riverita passo passo, e mostra gli infiniti fili e nodi con i quali quell’opera cattura, provoca e richiama: con una voce potente e libera ci sprona ad essere noi stessi, a dar corpo alla nostra passione migliore, a liberare ciò per cui vale la pena di vivere. Un richiamo alto e mai forzato, certo un monito, magari con un sorriso appena accennato sullo sfondo.
Quella raccontata da Nembrini è la storia di un uomo che rivoluziona la propria vita quando incontra Beatrice, attimo nel quale la sua vita si fa nuova e finalmente vera. E questa storia viene rinnovellata sulla scena da un uomo che ha plasmato la sua vita su quelle terzine incatenate, incatenato anche lui al destino che si è trovato in sorte. Nemmeno Nembrini ti lascia scampo, devo dire: se gli lasci spazio poi ti tocca acconsentire. E lo fai volentieri, perché il richiamo etico è potente, la voce aspra e sincera. L’accento è di tela ruvida, mai così efficace come in queste puntate che hanno per mira il vero, mica la suggestione di plastica cui il mezzo è tendenzialmente aduso.

IMG_0150 Non so se lo sapete, ma pochi anni dopo la morte di Dante il popolo fiorentino con una petizione (che andrebbe letta per intero) chiese al comune che la Commedia venisse letta e spiegata a vantaggio dei molti che non avevano potuto studiare. Pubbliche lezioni, così che questo tesoro venisse condiviso come una particola. Ecco, bisogna chiedersi il perché di questa richiesta, presto esaudita: la Commedia, Divina per il Boccaccio, se letta e compresa come si conviene, ovvero fatta memoria quotidiana, carne e sangue della nostra vita, è un breviario cui riandare ogniqualvolta ci tocchi rifluire dall’ovvio e scoprire il necessario e compiere una scelta nel segno del meglio e del bene.

Sapete cosa mi piacerebbe? Che la mia città – tra una tangenziale e una movida – trovasse i soldi per realizzare quel che si fece oltre 7 secoli fa a Firenze. Pubbliche letture e commento di Dante che, a guardar bene, intendo come corso di civica educazione: una pragmatica ideale, una filologia della vita, per la vita: uno studio nel senso più nobile e migliore. Cento serate, una per canto, uno sproposito invero; invitando i partecipanti, che sian 10 o chissà quante volte tanto, non a far domande, o approfondire quel passo o quella chiosa; no, chiedendo loro la prova – un gesto, una scelta, un’idea – che grazie a questi incontri hanno saputo trasformare in vita la lezione, hanno restituito l’intenzione al gruppo e a chi lo guida, ai propri cari, nel segno dell’imitazione consapevole e matura.

Da serate così potrebbe scaturire un popolo finalmente nobile e inatteso, cui la politica dovrebbe cercar di somigliare; un popolo capace di guardare in alto, e sorridere con gli occhi mentre rimira il sole e l’altre stelle.
 

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