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Ott 07 2011

Ida, la scuola, la vita

Ida non manca mai un appuntamento: basta ch’io scriva qualcosa che lei mi manda dei commenti puntuali e apprezzatissimi. Questa volta, come Ida acutamente nota, la voce che mi è salita da dentro non è così leggera, così divertente, come in altri casi. D’altronde qui ne va dei giovani, del futuro, della vita. E allora magari l’acidità prevale, quel retrogusto amaro che serve a scuotere, ad aggredire le certezze che uno pensa di avere in saccoccia. Questo racconto non è necessariamente più vero degli altri, è soltanto più sofferto. [ccalz]

  Pino Pascali, Esquimesi, 1960 

Chissà perché, profe, questa volta non mi è riuscito non solo di sbottare in una sonora risata, ma neppure di produrre un sorriso divertito. La Sua pagina è stupenda, ed è talmente vera che chi è passato per il mondo della scuola non può che provare una stretta al cuore. Naturalmente i ritratti che Lei sa schizzare sono di una vivacità unica (basti vedere quegli stagisti che si aggirano spauriti come chiocce in una favela e che nelle prove ci possono lasciare le penne…), e presentano il mondo della scuola e del lavoro giovanile in modo assolutamente reale ed inquietante. Nel leggere (e rileggere più volte) lo scritto, ho provato lo stesso sentimento di angoscia che mi blocca lo stomaco quando, recandomi in Città Alta ogni mattina per i miei impegni, sosto nella zona stazione e vedo scorrere davanti agli occhi migliaia di ragazzi che vanno a passo svelto verso la loro destinazione scolastica, incrociandosi in una folla brulicante. Naturalmente ci saranno anche gli insegnanti, ma non riesco a distinguerli tra i tanti adulti che affrontano la giornata. Gli uni e gli altri, come vivranno il tempo che è stato loro concesso di condividere? E una volta conclusa l’avventura dello studio, quale sarà l’orizzonte di quei giovani? E ai professori, che cosa rimarrà del loro impegno talora sincero e accanito e comunque spesso misconosciuto? Quanti di loro vorrebbero saper (o poter) fare la scelta del Suo protagonista, e quanti di loro rimangono, a causa della loro vocazione da frate in quel di Islamabad, da infermiera che assiste lebbrosi sul corso inferiore del Congo!Comunque penso che, per un insegnante onesto e consapevole del proprio compito (troppo grosso il termine ‘missione’?), lo spendersi per quei ragazzi che hanno uno straccio di futuro in tasca sia davvero una sorta di droga. Si può trovare una cura che distragga dalla tentazione, ma effettivamente si finisce sempre per ricadere nel solito sogno di…La ringrazio sempre per le Sue pagine che, spensierate o meno, penetrano in profondità e invitano comunque a riflettere, e a farlo con molta leggerezza. La saluto con l’amicizia di sempre. Ida

 

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