Sette volte, sette parole

Teora, novembre 1980 (Fotografia di Angelo Ciavarella)

[9] Come tanta parte d’Irpinia, Teora è stata quasi integralmente distrutta in un minuto e mezzo. Gli studiosi parlano di memoria fotografica di quel momento, con dettagli anche minimi che si imprimono nella mente in maniera indelebile: «Ci sono bambini di 9 anni che stavano facendo i compiti e ricordano la pagina del quaderno di storia aperta sulla rivoluzione francese, ci sono uomini che erano al bar e ricordano precisamente le carte che avevano in mano poco prima che la terra tremasse, ci sono ragazze che ricordano la frase che riferirono alle amiche mentre passeggiavano, e cioè che gli stivali erano troppo stretti». Ma altrettanto si ricordano nitidamente il boato iniziale, il frastuono dei crolli, la polvere che soffoca il naso e la gola, lo spazio attorno che si frantuma, il dolore e le grida: una scossa di questa portata è un punto di svolta tale che determina nelle vite delle persone una cesura netta, divide la vita in un prima e in un poi. Con il rischio, ecco il punto dolente, che il tempo precedente la scossa venga idealizzato nel ricordo, e il tempo ulteriore lo si veda comunque peggiore, o per nulla all’altezza del prima. L’intera ricostruzione post terremoto potrebbe venir letta così, tra chi avrebbe voluto il paese ricostruito esattamente come prima, e chi voleva case nuove e sicure, distanti dal luogo delle tante sciagure. In mezzo ai due estremi, la visita recente mi fatto comprendere che ogni paese si è ripensato e ricostruito a modo suo, con le infinite sfumature tra i due estremi che gli umani adottano per tenere a bada memoria e dolore.

«A metà della piazza di fronte proprio dove sta la pompa di benzina… e là… ecco la sensazione… di morire… la sensazione della fine del mondo… io ho avuto la sensazione che proprio il mondo finisse che si aprisse la terra… saremmo stati inghiottiti tutti». Questa testimonianza è molto simile a quel che mi raccontavano i teoresi in quei giorni. Oltre al momento della scossa, molti mi narravano la prima notte, passata a inseguire le grida di quelli di sotto, vagando a orecchio tra le macerie e nuove scosse di assestamento, ma l’eco sperdeva i richiami, e senza luci né attrezzi si scavava alla buona, in cerca di vita. Ma nei miei giorni a Teora in pochi riuscivano ad articolare il ricordo, a dar voce alle scene. La maggioranza preferiva tacere, il silenzio a custodire il dolore. Così accade quando sei protagonista di un evento, ma invece di agire lo subisci, in balia di elementi che fanno di te quello che vogliono. Ricordare è difficile, ricordare fa male. La prima reazione è tacere, nella convinzione che questo dolore non vada messo in piazza e che il tuo interlocutore, se non ha vissuto qualcosa di simile, non potrà mai capire. Ancora oggi chi racconta spesso si interrompe, si esprime per mezze frasi e accenni, le lacrime confondono le parole, qualcuno fa gesti con la mano, come a scacciare qualcosa, il corpo improvvisamente si contrae, qualcuno non ne vuole sapere di dar fiato alla voce. Una teorese incontrata questo settembre ha raccontato di esser rimasta otto ore sotto le macerie prima che il nonno la tirasse fuori, scavando a mani nude sopra di lei. Lo ha riferito con pudore, sottovoce, gli occhi bassi nell’economia della paura. Nei giorni immediatamente successivi alla scossa, non vedendo arrivare soccorsi un sopravvissuto si era convinto che il terremoto fosse diffuso all’intera nazione. Come spiegare altrimenti l’abbandono e l’oblio? Quali parole si possono scegliere? Ci provano i poeti, come Michele Sovente: «Sette volte la terra | prima della notte tremò | soffiando la crudele verità». Ci provano i superstiti, come questa anziana signora, estratta dopo ben 50 ore: «Solo il terremoto si ricorda di noi». Sette parole soltanto: non una di più, non una di meno.

Fonti
Fabrizio Galadini, Tracce ondulanti di terremoto. Rappresentazioni letterarie dei territori sismici d’Italia, Kirke 2020.
Gustavo Ivo Moscaritolo, Memorie dal cratere. Storia sociale del terremoto in Irpinia, editpress 2020.
Stefano Ventura, Storia di una ricostruzione. L’Irpinia dopo il terremoto, Rubbettino 2020.


La decima puntata.

Tutte le puntate del mio Ritorno in Irpinia.

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