Le sette vite della scuola

Atlante Farnese (part.), Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Un piccolo esperimento, per gradire. Immaginiamo di entrare in una classe – decidete voi l’ordine e grado – d’inizio Novecento. Ebbene, fatto salvo qualche particolare, tra banchi, seggiole e cattedra rialzata non troverete particolari differenze con una classe odierna e parallela. Certo, all’occhio più attento non sfuggirà l’invaso dell’inchiostro, la stufa con tanto di legna pronta all’uso, l’abbecedario alle pareti: tutti reperti ormai scomparsi, d’accordo, ma il tono generale è quello, trascurando qualche banco a rotelle e le onnipresenti mascherine. A ben vedere, insomma, gira e rigira anche le materie quelle sono, con l’aggiunta di qualche tecnologico furore. Tutto uguale, dunque? Niente affatto. Perché la scuola ha sette vite come un gatto, e se in apparenza nulla cambia e tutto perdura, sotto sotto il mutamento s’indovina, eccome. Accanto alle materie ormai codificate, spuntano esperienze del tutto inedite e vivaci, che non vanno intese come buone pratiche da libro Cuore, di quelle che un tempo non c’era bisogno di insegnare perché le respiravi in casa o le apprendevi in cortile. Sono proposte che invitano gli studenti a sperimentarsi in ambiti e comportamenti innovativi, che i ragazzi altrimenti rischierebbero di non incrociare mai, e men che meno di fare propri. In effetti, a ben vedere, un corso di studi degno del nome dovrebbe veicolare, accanto e oltre le nozioni base, almeno tre percorsi e prospettive: un solido metodo di studio, per affrontare con la dovuta elasticità le sorprese in cui si inciampa cammin facendo; una visione d’insieme, ricca di stimoli e occasioni, capace di far risuonare il diapason profondo dei ragazzi, quei desideri e passioni che renderanno unica la loro vita; last but not least, un bel grumo di valori – il pensiero critico, su tutti – per plasmare il cittadino di domani. Tre sentieri niente affatto facili, che solo insegnanti di valore sanno caricarsi sulle spalle, proprio come Atlante faceva con la volta del cielo. E senza uno straccio di Ercole che, anche solo per un attimo, li sostituisca nell’impresa.


E in ogni caso, ricordiamoci che solo puffando s’impara.

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