Semafori gay? Anche no, dai

Tutta colpa di Conchita Wurst. La/Il quale, per chi fosse digiuno, è una cantante che esibisce una barba fluente, o un cantante che si esibisce con un seno fluente, a scelta. Conchita vinse l’Eurovision del 2014, il concorso che quest’anno ha incoronato i Måneskin. Bene, sull’onda della vittoria della donna barbuta, o dell’uomo sinuoso, in vista del gay pride l’amministrazione comunale di Vienna (Conchita da quelle parti è nat*) pensò bene di modificare 47 semafori affiancando un partner all’omino di prassi solo soletto. Obiettivo: far emergere le sagome di coppie etero, gay e lesbiche, a sostegno dei diversi orientamenti sessuali. Spesa: oltre 60mila euro. Fosse finita lì, vabbè. Il fatto è che l’intento dichiarato dai promotori era quello di diffondere la tolleranza, termine che proprio non riesco a tollerare, perché in fin dei conti si tollera chi si ritiene inferiore a noi.

Semafori Lgbt

Ovviamente la faccenda si è propalata in un amen, altri comuni hanno scelto il semaforo gay-friendly, o Lgbt che dir si voglia (Madrid, Londra e Torino, ad esempio). E non pensiate che la faccenda valga solo in ambito semaforico. Ci sono fior di musicologi come Nate Sloan e Charlie Harding – gente che collabora con la New York Philarmonic, mica con la banda di Roccacannuccia, con tutto il rispetto – che vorrebbe semplicemente eliminare la Quinta di Beethoven perché, udite udite, «rafforza il dominio dei maschi bianchi e sopprime le voci delle donne, dei neri e della comunità Lgbt». Sul “Foglio” dell’altro ieri Giulio Meotti ci informa che anche Puccini è sotto tiro della cancel culture: «Nel 2007, a poche ore dalla prima di “Madama Butterfly” al Covent Garden di Londra, Roger Parker, il celebre musicologo autore dell’edizione critica della “Tosca”, scrisse che l’opera di Puccini era colonialista e razzista. “Dovremmo intervenire sull’originale tagliandone alcune parti”. Ora “Madama Butterfly” sarà “riesaminata” davvero. L’Opera nazionale scozzese, una delle più famose del Regno Unito, terrà una serie di conferenze sull’opera di Puccini del 1900 alla luce del suo “razzismo”». Non so voi, ma a me scelte e affermazioni di questo tenore danno la certezza che il mondo ci è sfuggito di mano per sempre, sia in senso climatico che climaterico. Ma torniamo ai semafori a tema. Non vi sfuggirà che, visto l’esempio, a qualcuno potrebbe saltare in mente di usarli per sostenere altre questioni di peso: i diritti degli obesi, per l’appunto, il disagio degli alcolisti anonimi e dei tabagisti di successo, il rispetto per coloro che son costretti in carrozzina, per chi ha perso il lavoro, e non dimentichiamo prescrizioni varie, tipo usar la mascherina, vaccinarsi, stare a distanza, fare movimento, raccogliere le deiezioni dei cani, preferire prodotti locali, differenziare come si deve l’immondizia: insomma, perché dovremmo limitarci all’orientamento sessuale, dico io? Perché trascurare intere popolazioni di aventi diritto all’attenzione semaforica? Chi siamo noi per preferire questi e sacrificare quelli?

Semafori Bg

Ed è qui che mi permetto di avanzare il mio parere, con proposta incorporata: se combattere l’omofobia coi semafori è come andare in guerra coi mocassini; se eliminare dal repertorio classico o rivedere opere considerate non politicamente corrette è roba da nazisti: per i semafori di Bergamo propongo a gran voce la tutela del dialetto. Niente coppie più o meno assortite, ma solo scritte belle chiare. Il rosso rafforzato dall’imperativo Fèrmes!, con un punto esclamativo a ribadire l’imperativo; per il giallo, propongo un deciso Móes fò!, a ribadire che lo scatto s’impone se non vuoi perdere la priorità acquisita; quanto al verde, mi pare adeguato un bell’Alùra?, richiamo per coloro che nell’attesa si perdono via distratti. Se siete d’accordo con me, regalatemi un bel like, anzi meglio se condividete il post, meglio ancora se un grafico di valore mi regala un bozzetto con colori e scritte, così in Comune si mettono di buzzo buono e per Natale abbiamo gli agognati semafori, o al massimo per l’anno della cultura, il 2023 è dietro l’angolo. Perché io sono convinto che i semafori in dialetto – meglio se rafforzato dal sonoro, così s’impara anche la pronuncia – è una roba che ne parla tutto il mondo, della serie pensa te ‘sti bergamaschi, chi l’avrebbe mai detto? Senza contare che come minimo a Barcellona quest’idea ce la copiano, per tacer di Edimburgo e Nuova Delhi.


A proposito, se non fosse abbastanza chiaro ci tengo a ribadire con gioia che l’indignazione mi ha stufato.

3 Commenti

  • Ida Bamberga Premarini Posted 13 Ottobre 2021 18:23

    Ho trovato la riflessione davvero incantevole. Potrei dire esilarante, ma non mi sembra l’attributo giusto per una questione così seria. Tanto seria che pochissimi dibattiti, serie televisive, film, romanzi e quant’altro, si salvano dal contagio. Ecco invece la magia di questa pagina, che dalla pura informazione su dati di fatto incontestabili, e solo apparentemente “leggeri”, approda alla consueta sferzata finale. Inaspettata e, appunto, incantevole.
    Per quanto mi riguarda la morale è questa. Da quando nel cervello mi è penetrata l’argomentazione linguistica conclusiva, non riesco più a fermarmi davanti ad un semaforo senza avvertire i tre perentori ammonimenti semaforici: Fèrmes! Mòes fò, Alùra?. E io obbedisco…

  • Rodolfo Lenzetti Posted 27 Settembre 2021 15:03

    Ammetto che sono andato a controllare le notizie perché non ci credevo, pensavo che fossero tutte invenzioni della sua penna. Quasi quasi sarebbe stato meglio così. E invece è tutto vero. Che tristezza, che desolazione! Ma in che mondo viviamo, qualcuno protesta o ‘ste cose vanno bene a tutti? Grazie per aver tirato fuori la vicenda, serve il coraggio di andare controcorrente

    • claudio calzana Posted 27 Settembre 2021 15:06

      Controcorrente, sì, gentile Rodolfo, sperando che basti

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