Il Prologo del mio primo romanzo

Immagine di René Gruau (pseudonimo di Renato Zavagli, 1909-2004)

La mia “carriera” di scrittore iniziava nel lontano 2004 con questo racconto, poi divenuto il Prologo de «Il sorriso del conte». Lo mandai al Premio Letterario Nazionale di Galbiate, dove vinse il primo premio. Il presidente di giuria, Andrea Vitali, mi spronò ad andar oltre queste prime righe, sollecitandomi più e più volte a scrivere. Pensate: mi telefonava per sapere se mi ero dato da fare, leggeva personalmente i primi capitoli che via via gli mandavo per vedere come me la cavavo. Devo a lui se sono arrivato al termine del romanzo, che peraltro poi infilai in un cassetto, felice di averlo scritto ma non poi così desideroso di uscire in pubblico; devo a Gianluigi Zecchin, già agente letterario di Andrea, la sollecitazione a pubblicare nel 2008 con Oge Editore; e a Marco Beck la preziosa cura editoriale di questa mia prima opera narrativa. 

A dar retta al sorriso del defunto, il Paradiso c’è, eccome. Scapestrato finché si vuole, puttaniere di vaglia, biscazziere da favola, padre giammai in esercizio, ma lì sul letto di morte, nella grande sala del palazzo di famiglia alla periferia di Bergamo, il conte Angelo Salani appariva davvero sublime. Spirato il giorno prima, mercoledì 14 dicembre 1988, il conte infondeva una semplice quiete, la pace con se stesso, finalmente, dopo tanto penare.
Oddio, forse penare non era verbo adatto a una vita come la sua, neanche un giorno di lavoro in anni sessantanove e rotti. Così andava pensando l’ex compagno di scuola Previtali Luigi, don Luigi per santa madre Chiesa.
Stazionava, il reverendo, nei pressi del catafalco con l’imbarazzo di chi più volte aveva prospettato all’amico una fine di quelle che non fai a tempo neanche a dire amen, la falce quando arriva arriva. Discorsi da prete (e che poteva mai dire?), ma con tutto l’affetto di chi in fondo se era per lui il conte mica l’avrebbe cambiato. Anzi, a vedere l’Angelo così composto, le palpebre serrate sulle pupille azzurre che sfidavano il cielo, le mani giunte sul petto, a vederlo lì per una volta domato, don Luigi l’amico certo lo preferiva com’era prima: i discorsi gli uni sugli altri, le mani sempre a mulinare, quel terribile vizio di cominciare trenta cose senza finirne mai una. Lasciando stare gli altri vizi del conte, un’enciclopedia a dispense completa di aggiornamenti. Come gli aveva detto una volta Salani, al solito in vena di battute:
«C’è peccato e peccato, e il mio è sempre originale».
Le segrete considerazioni del religioso manco sfioravano il gruppo dei parenti, disposto con cura tra i ceri con lo stemma nobiliare e le tende alle finestre, chiamate ad arginare la luce.
Per i vivi raccolti dalla parte dove filtrava il sole, il conte dimostrava vent’anni di meno. Il sottile fascio di luce rilasciava il Salani dei tempi migliori.
«Proprio vero che si va in un bel posto…».
Così Betta, la domestica, un metro e qualcosa di moto perpetuo, sintetizzava da par suo un paio di millenni di dottrina cristiana.
Per i vivi ristretti nella parte più in ombra della stanza, eccoti invece spuntare sul viso del defunto una serietà mai vista prima, virtù che in effetti Salani aveva sempre mirabilmente scansato. Insomma, una sorta di miracolo, a rafforzare l’idea del pentimento in exitu. 
«Povero papà, non sembra lui!».
Era la voce di Costanza, la figlia sciapa, straordinaria nel dire come sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato. Altro che la sua povera mamma, la Teresa, che Dio l’abbia in gloria.
Va detto subito che del parere dei suoi il buon Angelo se ne strafotteva da vivo, figuriamoci adesso. Ma a guardar bene aveva ragione Betta, aveva ragione persino Costanza. E pure don Luigi, che a dispetto del ruolo gli venivano giù certi lacrimoni via via sigillati nel fazzoletto d’ordinanza. Avevano tutti ragione.
La questione, al solito, sta nel punto di vista: a seconda di come casca la luce, ogni soggetto si colora di suo e ti cambia espressione. E poi, è cosa nota, i morti non si dannano a esibire il lato migliore. Questa è semmai la preoccupazione dei vivi.
«Un ictus, o un infarto. Propenderei per il primo. Osservate il sorriso: il conte non ha sofferto al momento del trapasso».
Guglielmi era l’unico medico che Salani riuscisse a sopportare. L’illustre clinico aveva da tempo rinunciato ad assistere un paziente così fuori ruolo, limitandosi a qualche spunto di buon senso vecchia maniera.
La diagnosi venne accolta da qualche colpo di tosse, il tirar su col naso dei presenti più in vena di lutto. Parole poche, che in certe circostanze l’eloquenza va davvero a farsi benedire.
Su tutti aleggiava il mistero di quel sorriso grazioso, sempiterno per via del rigor mortis. Si sarebbe detto il mirabile equilibrio tra i muscoli del viso e le segrete emozioni dell’animo. L’espressione di chi ha capito tutto e gli mancano solo le parole per dirlo. O il tempo. O il cuore. Ma in quel mentre capitò quello che mai sarebbe dovuto capitare. Un grido a profanare il compianto:
«Il culo!».
Bonifacio, il giardiniere, uno di quelli che non ci sono mai quando servono e invece te li trovi tra i piedi nei momenti più inopportuni, uno che litigava con le parole già in sede di encefalo. Prima che parenti e affini si potessero riavere, eccolo replicare di gusto:
«Il culo!».
Il poveretto fu menato via con sollecitudine e ci volle del bello e del buono perché il drappello dei vivi si ricomponesse nella solenne disposizione di prima.
Il fatto è che lui, Bonifacio, era lì quando il conte si accingeva al commiato. Nascosto in un angolo come sempre, ma c’era. E proprio allora aveva ascoltato Salani classificare ad alta voce i culi più leggiadri della sua memorabile carriera. Finché, giunto a quello di una certa Manola – nome d’arte fin che si vuole, ma culo davvero senza pari –, giusto nell’istante supremo che il conte evocava quella meraviglia, l’Onnipotente gli aveva reclamato la vita. Lasciandogli però intatto il sorriso, perché anche il buon Dio mena vanto delle sue prestazioni migliori.

La trama del romanzo.

Pur esaurito da tempo, il romanzo è disponibile in rete su diverse piattaforme.

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2 commenti

    • Monica il 18 Aprile 2021 alle 11:03
    • Rispondi

    Bello rileggerlo dopo tanti anni!

    1. Grazie, Monica!

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