La nonna, le slot e il caffè

Robert Rockhoff, Cemetery parking meter

Mia nonna l’abbiamo sepolta il giorno che ne ha fatti 102. Di noia è morta: «Cosa ci sto a fare qui?», diceva negli ultimi tempi. Chissà dall’altra parte come le vanno le cose, mi sa che non se la spassa con quella compagnia di perfettini che addobba il paradiso. In terra lei non dava spago, come la volta di quel tipo che le si rivolge con il più classico dei «Allora, oggi come andiamo?», e lei che non fa verbo perché nessuno li ha presentati. Stiamo parlando di quattro o cinque anni fa, mica un secolo. In ogni caso altri tempi. Fatto sta che, quando vado a trovarla nel cimiterino della Bassa dove riposa, vorrei bermi un caffè prima di varcare la soglia. Ma siccome appartengo alla tribù dei no-slot, sì, insomma, quelli che non consumano nei bar con macchinette, qui mi tocca un periplo prima di trovare un bar vergine. Quello fronte chiesa ha le macchinette incatenate nella sala accanto all’ingresso. La prima volta ci sono cascato, niente slot in vista quindi procedo, ma dopo aver scoperto l’inghippo ci ho messo su la croce. Ho cominciato a girare, di bar in bar, che sembra un’invocazione in chissà qual idioma. Ecco il referto: barettino in viuzza laterale con tanto di pianoforte, tutto curato che è un amore (il bar, non il pianoforte), figurati se anche qui… E infatti le slot ci sono. Passiamo a quella sottospecie di trani con insegna malconcia, figurati: presenti. Ci sarebbe quello vicino all’edicola, con il consueto esercito di clienti con gli Echi sotto il braccio e il calice in mano: niente da fare, slot in primo piano. Mi rigiro il centro paese per essere certo: nisba, tutto colonizzato da slot. Allora migro oltre la provinciale che taglia in due il piccolo centro. Ecco un bel bar sotto i portici, lindo che è una meraviglia. Entro cauto, niente suoni sospetti, mi accosto al bancone quel tanto che basta per scorgere l’accesso al bagno ristretto da una mangiasoldi a leva. Quasi vintage, ma è pur sempre esemplare. A ‘sto punto mi devo sganciare. Il fatto è che sono già dentro, non ce la faccio a dire «mi scusi, siccome lei tiene le macchinette io non consumo un bel niente». Sono della tribù dei pusillanimi, eseguo ma non spiego. Sento la mia voce che fa: «Scusi, per il cimitero?» Il quale locus sta proprio di fronte al bar in questione, un po’ discosto ma ci siamo. La barista mi guarda con fare materno, da dove sarà scappato questo? E concentra l’espressione in un laconico «Là» senza nemmeno l’ausilio del dito indicatore. Basta un cenno del naso.
Al cimitero, con la nonna rifletto sulla tomba che non è ancora pronta. Non glielo dico, magari da sotto non ci si accorge, basta e avanza una piantina. Qualche parola segreta, uno sguardo all’insieme. Pochi passanti, ma quasi tutti con i fiori che anche stavolta ho scordato. Chiedo mentalmente scusa alla nonna, che peraltro non è mai stata un tipo da complimenti. Scorza dura. Mi avvio all’uscita per la ghiaia che suona di palcia; e mi torna fuori il caffè, implacabile. Ci sarebbe quel bar tipo lounge, o dehor, come cavolo si chiamano adesso: stretto com’è figurati se lo hanno ornato di aggeggi. In cinque minuti ci sono, ho ragione, niente slot; ma il locale è chiuso: ci si rivede il primo giugno, recita il cartello sbiadito. Odio restare senza caffè, quasi quasi rinuncio alla mia stessa intenzione. Sospiro, sono parecchio tentato: dai, cosa vuoi che sia, per una volta… Mi risuona nelle orecchie la voce della nonna: «Non pensarci neanche!». Scorza dura, ma questo forse l’ho già detto.
 

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6 commenti

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    • Bep-machine il 20 Maggio 2013 alle 18:12
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    Caro Claudio, la tua fermezza è ammirevole: io nemmeno ci faccio caso alle macchinette nei locali… non per assuefazione, ma per totale indifferenza, sia chiaro!
    Ma da oggi mi impegnerò nel boicottaggio, promesso.
    Al solito… quanto bene scrivi!!!

    1. E allora facciam proseliti di tipi indomiti non molto ludici invero lepidi sia pur dinamici e quasi apatici, dei posti pubblici poco fanatici.

  1. @ Oscar e Mariangela
    Grazie, siete due tesori, ma l’invidia lasciamola a chi non ha avuto molto dalla vita. Voi in questo siete stati baciati in fronte, dunque a mia volta dovrei invidiarvi quella libertà, quello spirito indomito, quella bouganville in fiore che illumina il giardino… Insomma, mettiamola così: più sono le belle persone, le cose belle, più il mondo vale la pena e piace. Non invidia, dunque, ma gioia. Ma come sono ecumenico oggi……

      • mariangela il 21 Maggio 2013 alle 12:00
      • Rispondi

      Si va be’… hai ragione, ecumenico Maestro CCalz., hai ragione. Ma poi io rileggo i raccontini che m’intigno a voler scrivere – visto che ormai la scienza economica mi frustra, ché nessuno se la fila – e mi sento una cacchetta di mosca, avendo fatto uno spietato paragone con come scrivi tu. Certo, arrampicarsi dove forse non si può allena lo spirito – indomito o semplicemente tignoso vai a sapere – ma vuoi mettere la frustrazione di rimanere appesa a metà arrampicata, chiedendoti: “Che faccio, scendo?” Insomma, sei il mio bagno di umiltà, mannaggia a te…

    • mariangela il 20 Maggio 2013 alle 10:13
    • Rispondi

    Sempre grande; sempre tu. E io a rosicarmi dall’invidia!

    • oscar il 20 Maggio 2013 alle 08:49
    • Rispondi

    Come è piacevole leggerti! Possiedi una dote tato rara quanto poco apprezzata; quella di intrigare dalla prima riga e far arrivare all’ultima compiaciuti di averlo fatto. Ti invidio, un po’.
    Ciao!

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