Non solo malta e mattoni

Vania mi ha inviato una bellissima lettera che prende spunto da un mio post dedicato agli scrittori bergamaschi per rievocare la splendida figura del padre. Mi ricorderò certamente di suo padre Giuseppe, Vania, e con lui di tutti quei bergamaschi che hanno fatto della fatica una regola di vita, una sorta di beatitudine che ha consentito ai figli il privilegio della parola e del ricordo. [ccalz]

Osvaldo Licini, Angelo ribelle (1949) 

Buongiorno, mi permetto di mandarLe questa mail perchè mi è un po’ dispiaciuto leggere la frase “smentire il luogo comune che vede i bergamaschi dediti solo a malta e mattoni” . Premetto che sono arrivata a Lei su segnalazione di un caro amico che mi ha consigliato di leggere il prologo (che tra l’altro ho trovato bello e nitido come una fotografia, tanto da spingermi ad acquistare subito su bol il suo libro, ma questa è un’altra storia) de “Il sorriso del conte”. Incuriosita, ho sbirciato qua e là nel sito fino ad arrivare all’elenco degli scrittori bergamaschi (segnalo la mancanza di Giusi Quarenghi, ma anche questa è un’altra storia) e alla frase che davvero mi ha lasciata perplessa. Allora, e devo dire che non ho l’abitudine di farlo, mi sono sentita in dovere di raccontarLe una storia vera. Mio padre, Giuseppe, quando aveva 8 anni è stato cacciato di casa e mandato a fare il Bagài. Succedeva, durante la guerra, che alcune famiglie, trovandosi nella condizione di non poter mantenere i figli, cedessero i bambini ai masèr che in cambio di forza lavoro davano vitto e alloggio. Così Giuseppe si ritrova nella masseria di suo cognato e di sua sorella a lavorare per poter mangiare. Niente più scuola, che si interrompe per lui alla 3a elementare, niente più famiglia e niente più nemmeno Dio, perchè non può esistere un dio tanto crudele. A 12 anni inizia come manovale nei cantieri e a 15 si iscrive alla scuola Fantoni per imparare a leggere i disegni di cantiere e le tecniche di costruzione. Ma non aveva soldi per il libro di testo, perchè la sua paga di manovale la doveva comunque consegnare a casa, così ruba una gerla di ciliege che poi rivende per l’esatta cifra che gli serviva per l’acquisto del libro. A 18 anni emigra in Svizzera e, risparmiando su tutto, dopo un anno torna con la cifra sufficiente per comprarsi un fazzolettino di terra e costruirsi una casetta di quattro stanze per sé e i genitori (lui è l’ultimo di 7 fratelli e sorelle, dai quali non ha mai ricevuto il minimo aiuto). Anni dopo siamo arrivate noi, 3 figlie femmine, il suo orgoglio e la sua unica ragione di vita. Ha ammucchiato malta e mattoni per tutto il resto della sua vita senza risparmiarsi mai, ammazzandosi di fatica con doppi turni e ore straordinarie perchè le sue bambine potessero andare a scuola, perchè nessuna di noi fosse costretta a rubare le ciliege e vorrei precisare che era un’epoca in cui far studiare i figli era un lusso, far studiare figlie femmine era una scemenza. Mio padre Giuseppe era un muratore bergamasco, proprio uno di quelli del “luogo comune” e mi ha insegnato: – che nessuno sceglie per te il tuo destino – che con l’onesto e duro lavoro puoi fare tutto – che istruirsi significare, prima ancora che sapere, capire. Questi sono gli uomini che hanno costruito Bergamo, questi sono gli uomini che non hanno il fucile sotto il letto pronti all’improbabile chiamata di un fanatico ma, sotto il letto come un tesoro, ci conservano l’onestà, la dignità e l’orgoglio del sudore. Spero di non averla annoiata e che, passando davanti ad un cantiere operoso, adesso si ricordi di Giuseppe.
Con stima, Vania

 

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