Commenti al mio ultimo giorno da insegnante

Premessa indispensabile: io scrivo le mie note sul mio blog www.claudiocalzana.it e automaticamente i post vanno a finire sulla mia pagina di Facebook. Riporto oggi “qui” sul blog qualche commento che il post “Il mio ultimo giorno da insegnante” ha ricevuto su Facebook. Da chi ricorda quel giorno nero (Dino, Ornella) a chi mi ricorda come profe (Elisabetta), da chi è convinto che il Sarpi non cambierà mai (Anna) a chi invece a scuola, dalla scuola è stata salvata (Giovanna). E poi c’è Marco, mio ex alunno, che allega un commento intenso e vibrante. Mi pone dei quesiti a cui risponderò domani, ora vi lascio gustare le sue parole anche da “qui”.[ccalz]

Avevo rimosso quel fatto, ma questo post me lo ha riportato alla memoria con nitore e precisione emotiva.
Era la mia seconda estate da post-liceale, studente universitario fuori-sede alle prese con gli appelli della sessione estiva: altra città, altra “scuola” e altre regole, ma dinamiche in fondo analoghe e, soprattutto, quella stessa inquietudine post-adolescenziale, che la mia generazione si ostina a prorogare ben oltre la trentina.
Ricordo che si sbirciavano le tracce delle prove di maturità con la curiosità morbosa e insieme distaccata con cui – molti anni più tardi – avrei continuato a leggere i temi assegnati per l’abilitazione professionale e con cui – suppongo – gli scampati ad una catastrofe si appassionano alle cronache dei disastri simili al loro.
Ricordo che si passavano in rassegna le foto dei neo-maturati pubblicate da L’Eco, alla ricerca di amici, conoscenti o semplicemente di facce buffe, con quella stessa curiosità pelosa e insieme rassegnata con cui gli anziani perseverano a scorrere gli annunci mortuari.
Le reminiscenze di greco (nel ’98 – stando alla regola dell’alternanza – dovette uscire greco) iniziavano a scolorire, segnando l’inesorabile distacco da una realtà che per un tempo indefinito era stata (ed era parsa) l’unica realtà possibile e che dopo già poco tempo si rivelava lontana, altra, fatalmente relativa… due anni erano bastati per ridimensionare quell’esperienza, esattamente come pochi viaggi sarebbero stati sufficienti a rimpicciolire il mondo, un paio di persone avrebbero confutato le mie verità e qualche dolore imprevisto avrebbe sdrammatizzato l’aspirazione alla felicità.
In questo coacervo di sensazioni e riflessioni, arrivò la notizia di quel tentato suicidio, da parte di quel ragazzo poco meno che coetaneo, in quella scuola molto più che mia.
Disagio giovanile nella claustrofobia della scuola gentiliana (evidentemente non emendata a sufficienza dal rigurgito sessantottino), gesto estremo di uno spirito insondabilmente schiacciato dal dolore, ma ancora libero di scegliere la negazione di sé, o atto impulsivo di un adolescente deluso o semplicemente arrabbiato con sé stesso o con gli altri.
Non lo sapevo allora e non lo so tuttora.
Ma il fatto mi colpì molto, come molto mi colpì – di lì a qualche tempo – l’analogo gesto di un compagno di collegio e come pure mi ha colpito – giusto poco tempo fa – il suicidio di un collega ben più anziano di me, all’apice del suo successo professionale.
Situazioni, contesti e ipotesti certo diversi. Ma tutti accomunati – oltre che dall’ineffabilità di un gesto tanto estremo – dalla forza di un atto totale (non importa se di rinuncia o di ribellione), che fa riflettere sulla “claustrofobia” del mondo (o, meglio, dei mondi) che ci siamo creati ed in cui ci ostiniamo a vivere.
In questo senso, nel riprendere un passo della tua intervista, mi domando – e ti domando – se la “chiusura sistemica” (valoriale e regolamentare) della scuola in cui ci siamo formati da giovani sia poi così diversa dalla ostinata autoreferenzialità della società che andiamo a formare da adulti.
E sulla scorta del brocardo per cui non impariamo per la scuola, ma per la vita, mi chiedo – e ti chiedo – se il compito dei grandi insegnanti non sia anche (se non soprattutto) quello di preparare gli alunni a reggere l’impatto con l’assurdità del vivere sociale.
Marco

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3 commenti

    • Desidò il 13 Novembre 2009 alle 19:58
    • Rispondi

    E' esattamente quello che volevo esprimere su FB ma credo di essermi espressa come un libro stracciato… =D
    Mi rendo conto che a volte le mie parole suonano un po' troppo "cupe": c'è veramente di peggio nella vita che frequentare quattro sassi con un capitello!
    Però se voglio raccontare quello che secondo me è stato, è e sempre sarà non riesco a usare altre parole.
    Probabilmente sono quelle meno giuste, me ne rendo conto, ma sono quelle che sottraendone importanza restituiscono comunque il senso!

    • Claudio Calzana il 13 Novembre 2009 alle 19:08
    • Rispondi

    Lo so benissimo, purtroppo hai ragione. Ma il giorno della mia intervista a L'Eco di Bergamo il suicidio era ancora "tentato", a quella falsa verità mi sono costretto nello scrivere il post. E ricordo benissimo il clima di "quel" giorno dopo: le facce, gli sguardi, come tutto strideva e nulla aveva più senso, o ragione. [ccalz]

    • Anonymous il 13 Novembre 2009 alle 18:58
    • Rispondi

    Il '98 è stato l'anno della mia maturità: se ti riferisci a quello, purtroppo il suicidio non fu "solo tentato".
    E il giorno dopo entrammo al Sarpi per svolgere il tema d'italiano.

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