A Marco, 2

Ecco il secondo quesito di Marco, con annesso tentativo di risposta. Dico tentativo, perché i temi sono talmente spessi che non si può pretendere. Se qualcuno volesse dire la sua, anche solo raccontando la propria avventura scolastica, è il benvenuto.
[ccalz]

2) E sulla scorta del brocardo per cui non impariamo per la scuola, ma per la vita, mi chiedo – e ti chiedo – se il compito dei grandi insegnanti non sia anche (se non soprattutto) quello di preparare gli alunni a reggere l’impatto con l’assurdità del vivere sociale.

A dire il vero, Marco, allora credevo che fosse così e lo credo ancor più adesso, proprio alla luce di quel che ho scritto sopra. Però proviamo a distinguere: l’impatto c’è comunque, ci sarà sempre. La scuola NON è la vita, e per fortuna. A scuola si può mimare la vita, ma è o dovrebbe essere un ambiente protetto, dove se sbagli prendi 3, certo, ma hai anche occasioni di recupero. Il 3 è un segnale, magari un invito, non uno sberlone o meglio una pugnalata. Nella vita, nel lavoro per esempio, un errore può costare carissimo, il posto per dire, e magari pure peggio, nel senso che l’errore non necessariamente lo hai fatto tu. Detto questo: proprio perché non è la vita, la scuola deve porsi per tempo il problema della vita, di quel che accade nel mondo, assurdità inclusa. I ragazzi, una volta fuori dalle mura delle scuole, mi ricordano l’orfanello di “Miracolo a Milano”: appena uscito dall’Istituto, saluta tutti quelli che passano per la strada, perché dentro gli era stato insegnato ad essere gentile. Ma un passante lo apostrofa per matto. Se la scuola, gli insegnanti non si pongono il problema del nesso con il mondo fuori, con le sue regole e storture, la scuola fa metà del percorso, perde persino delle opportunità. Siamo allo spreco di tempo pubblico (che non sarà denaro ma vale tanto uguale). Si può fare scuola al meglio, ma non credo che basti, oggi più di allora: si torna alla autoreferenzialità di cui sopra. Sempre ieri l’altro al liceo di mio figlio ho incontrato due professoresse che si occupano di stage per i ragazzi. Mi è venuta un’immagine, parlando con loro: “Pensate se si dovesse scoperchiare la scuola all’improvviso, e i ragazzi fossero esposti a venti e intemperie. Ecco, questo è per me uno stage vero: duro, sferzante, magari poco materno, ma vero e concreto”. Morale: ogni tanto a scuola si dovrebbero spalancare porte e finestre, o a andar sui tetti a rimirare il cielo.

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