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Dic 16 2015

Finché dura la colpa

CoverDentelloDef Se avete presente, gli eroi greci fanno le peggio cose senza provare alcun senso di colpa. Minimo rubano greggi, fan fuori mostri ed umani a grappoli, e lasciamo stare cosa combinano alle donne. Che bello: sono beatamente superiori alla chiacchiera e alla vergogna, e della colpa ignorano persino l’esistenza.
Son variazioni le mie, un attimo e arrivo al punto: il fatto è che in questo periodo mi capita di legger libri sul tema colpa: mica programmati, no, sono titoli che saltan fuori da soli e ci sarà un motivo. Ad esempio “Il giudice e il suo boia”, da collegare al precedente “Giustizia”, entrambi di Dürrenmatt, e consiglio; adesso tocca al Dentello di “Finché dura la colpa”, edito da Gaffi, libro che sta scuotendo assai le maglie della rete, e mica solo quelle.
Ecco, di questo “Finché dura” parlano bene tutti, e ci sono più motivi per farlo. Secondo i canoni delle patrie lettere Dentello è un esordiente giovane, a momenti fa 38 anni, diciamo che ci sta; si vede alle prime righe che nella sua vita di lettore ha macinato ottimi libri e con profitto, per poi impastarli con il lievito migliore della provincia, ricca di noia a tonnellate, obblighi sociali, doppi vincoli, mani unte che piegano il tondino, a farcela.

La scrittura di Dentello è tersa, esatta, rari gli sbavi, le eccedenze. Certo, ogni tanto la sua prosa esonda, ma non è che puoi pretendere pure la misura, si vede che per lui la parola detta le regole e va perseguita fino al sacrificio. Insomma, Dentello non è tipo che si compiace, prende quel che arriva con gli occhi stupefatti del bambino in procinto di scartare un regalo. In breve, è di pasta buona, impossibile non volergli bene.
Il suo personaggio, poi, si presta. Domenico è un adolescente senza espressione prevalente se non la bocca spalancata allo stupore, relitto in camera sua tra le pagine dei tanti libri che divora. Uno che se tirasse due dadi, prima ancora dell’esito saprebbe che gli tocca snake eyes, gli occhi del serpente, cioè l’uno più uno. Il punteggio che per forza ti superano tutti, magari con un tre bello sprezzante, tanto di più non serve.

La storia raccontata dal romanzo – siamo in Brianza – si dipana tra l’84 e il ’98, ma i capitoli saltan fuori senza un ordine prevalente, eppure le parti si tengono eccome. In fondo a Dentello non serve rispettare la cronologia degli eventi, la scansione naturale dei fatti: il tempo per Domenico ha sempre il medesimo sapore della provincia, monotona e persino tribale. A pensarci, forse non a caso la materia del libro rifluisce come a caso, giocata a dadi appunto, e magari questo è pure un punto di sostanza.
Perché il giovane protagonista è un nullafacente, giusto in linea con quel suo nome festivo. Rifiutare il lavoro che il padre gli trova è decisamente uno sfregio nel panorama brianzolo in cui si trova gettato, tra una madre che sottotraccia lavora sul senso di colpa, mentre il padre va per le spicce, o peggio: in terra lombarda si cottima e produce, le mani mica servono a girar pagine umettando le dita con fervore. Eppure a suon di libri il nostro Domenico tutto comprende della realtà che lo circonda, con una lucidità invidiabile, insieme analitica e poetica. Solo che non ne combina una giusta rispetto ai parametri circostanti, niente. Trova persino una ragazza, vi risparmio le complicazioni da moccio al naso.

Sì, Domenico capisce il mondo, lo seziona a puntino, ne coglie ogni sfumatura, i suoi ragionamenti ricuciono gli strappi del fondale: ma proprio per questo è un buono a nulla, fuori contesto, parametri e classifica: a scuola arranca, in famiglia se va bene lo ignorano, per strada si attacca alla persona peggiore, persino la sua ragazza a volte mostra evidenti punti interrogativi tra occhi e naso: leggere per verificare. Mica per niente l’unica volta che Domenico esce dal guscio e passa all’azione ne combina una grossa, enorme. E lì la colpa di cui sopra si materializza, si fa concreta e irrefutabile, e lo inchioda.

Balthus, Il gioco di carte (1948-50)

Balthus, Il gioco di carte (1948-50)

Povero ragazzo: nei libri trova certamente il senso, ma non il modo. Un esempio? Capisci che questa patria nordica funziona come un carcere, ma non sai come uscirne, se va bene sei giusto in grado di benedirne le mura con lo splendore delle frasi. Insomma: smalto sulle pareti di tufo, e cara grazia un brandello di cielo.

“Finché dura la colpa” è mediamente due spanne sopra i libri premiati ai concorsi nazionali: non dico tutti i Campielli, le Streghe o gli Umberto Montefameglio (esiste, giuro), ma certamente di molti: curato, esatto, magari ossessivo. Poi vabbè ci sta qualche insistenza di troppo sul tormento interiore, ma questa nota è colpa mia, non ho l’età per sopportarlo. In ogni caso, ragazzi, garantisco che siamo in territorio decisamente positivo, ce ne fossero di libri così, ha il sapore del miracolo, colpa inclusa.
D’altronde, pensateci: se vogliamo farci davvero civili serve almeno una colpa, se son di più tanto di guadagnato. Viene in mente la scimmia di Kafka, ché l’innocenza da sola non porta a nulla, è intransitiva e magari pure deponente. Dai, nel paradiso terrestre cosa combinavano quei due? Insomma, l’innocenza non fa per noi, soprattutto in Longobardia, l’innocenza anche solo guardarla mette a disagio. Ve lo dico sottovoce: non so lì da voi, ma qui a momenti siamo in pace con la nostra coscienza solo finché dura la colpa.
Guarda caso, solo dentro la tana il protagonista ritrova senso e tutto si compone, come un quadro rimirato alla distanza migliore. E allora finalmente il tempo può scorrere nella giusta direzione, nel verso lineare della pena e dell’oblio. Dimenticavo: Dentello di nome fa Crocifisso, nomen lumen.
 

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