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Lug 22 2011

Il catoblepa, 3 (di 5)

Terza puntata del catoblepa. Qui trovate la prima, se vi foste persi l’inizio, dalla quale scorrere poi verso la seconda parte. [ccalz]

 

Afro, Il ponte (1968)

In ufficio, accanto al computer ho appeso una poesia.

Dalla mia parete pende un lavoro giapponese, di legno,
maschera di un cattivo demone, laccata d’oro.
Con senso partecipe vedo
le vene gonfie della fronte mostrare
quanto sia faticoso esser cattivi.

Quando me ne vado a spasso per la rete, mi viene da pensare che anche essere belli è faticoso; cioè, sei favorito in partenza, ma poi devi sudare per tenerti in tiro. Essere brutti, invece, non costa niente. Per fare un brutto non devono impegnarsi neanche i genitori, di solito basta che si duplichino e basta. Parlo per esperienza: noi brutti quando ci lasciamo andare ci divertiamo un casino. Tanto non abbiamo niente da perdere, siamo già ultimi prima ancora di partire. Non abbiamo manco sentito lo sparo dello starter, siamo ancora fermi ai ritti di partenza mentre i belli sono già al traguardo a farsi immortalare. Chi l’ha detto che l’importante è partecipare? Secondo me De Coubertin si nascondeva dietro quei baffi della madonna perché gli veniva da ridere.

A un certo punto ho deciso: con il mondo virtuale ho chiuso, troppo facile avere la meglio. Ero arrivata a 1200 e passa amici, solo la gestione ordinaria mi portava via mezza giornata. Basta, colpo di spazzola, nuova identità. Ma prima, dai, una soddisfazione ci vuole. Uno, dico almeno uno di questi cosiddetti amici dovrò pur incontrarlo. Il problema era quale: su 1200 e passa non era facile. Il problema era anche perché fare una cosa così, ma qui ho lasciato perdere: se al perché non hai risposte meglio lasciar stare la domanda, sennò ti fai solo del male. O ti fai del male da solo, che è la stesa cosa.

Sì, il perché è una brutta bestia. Mi viene in mente un animale fantastico che ho dovuto disegnare una volta e  non sapevo da che parte cominciare: il catoblepa. No, non è una cosa inventata, esiste davvero. Cioè, a quanto pare è esistito nella mente di qualche spostato: il catoblepa è quell’animale immaginario con la testa così pesante che non riesce a tenerla diritta. Così la capoccia gli finisce sempre per terra e lui per distrazione delle volte si mangia le zampe dalla fame. Sì, il perché è come il catoblepa, ti mangia i piedi così non vai più da nessuna parte. Adesso che ci penso il catoblepa è proprio come l’intellettuale, quello pensa pensa e chi lo sposta più? Testa pesante, troppi perché. Insomma, la faccio breve: per sfogarmi, dovevo trovare il mio catoblepa.

 

Permalink link a questo articolo: http://www.claudiocalzana.it/2011/07/il-catoblepa-3-di-5/

8 comments

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  1. Claudio Calzana

    Come se non lo sapessi, dear Gianni. Uno ti vede per strada e nemmeno si imamgina che razza di bel giovine sei! Fin dai tempi della scuola eri aduso camuffarti il giusto, onde evitare che pletore di femmine si precipitassero al tuo indirizzo. E tanto continui a fare, sull'onda dei successi mietuti, successi al contrario, va da sé, ma pur sempre tali. Successi che la tv manco si avvede, nevrotici, seduzioni immobili indegne di pensiero. Viva il prodigio, viva il giuoco sottile, e l'infinito valzer dei ruoli.

  2. Anonymous

    Gianni X
    Devo essere sincero, io la mattina faccio ammenda e prima di uscire da casa m'imbruttisco un po'; lascio la barba andare, non mi pettino, non curo le occhiaie. Devo farlo! Per non offendere, capite? Come potrei altrimenti giustificare che un uomo di quasi trentatre anni possa avecce sta testa e sto fisico?! La società là fuori vive innanzi tutto di paranoia (e questo é un dato scientifico incontestabile), di nevrosi, di pressapochismo, di faciloneria, di torpore, e di un conformismo che la tv confeziona e vende con successo. Ma noi no! Noi già in tempi non sospetti si brillava di mille prodigi e altrettante alchimie; chiedere al professor Calzana, filosofo. Gianni X

  3. mariangela

    P.S. Sul top del giorno, concordo!

  4. mariangela

    Hai ragione… volevo dire perfidi. Sadicamente, perfidi. La cattiveria è altro. E uno o ce l'ha o non ce l'ha. L'idea di un racconto a rate, per esempio, è sadicamente perfida.

  5. Claudio Calzana

    Sempre meglio perfidi che cattivi, cara Mariangela. C'è più gusto, più intelligenza dispiegata. Bello che i lettori si appassionino al personaggio, che riportino quel che leggono alla loro storia personale. Così il libro vive e si accende.

  6. Claudio Calzana

    Grazie delle tua attenzione, Paolo. Mi fai scoprire parti del racconto che come sempre ho scritto di getto, ma che assumono una veste particolare proprio grazie agli occhi del lettore. Spiacemi invece per l'agonia, ma fa parte del gioco, e del piacere.

  7. Paolo G.

    Guarda, Claudio, è così appassionante il tuo racconto che, il leggerlo a spizzichi e bocconi, mi risulta una prolungata, seppur piacevole, agonia. Mica sarò masochista?
    E il top dei top del giorno? Io, per parte mia, non ho dubbi:
    "Parlo per esperienza: noi brutti quando ci lasciamo andare ci divertiamo un casino" 🙂

  8. mariangela

    Ganza, 'sta tipa… Anch'io dico sempre a mia figlia di evitare di far domande se si temono le risposte.

    Però, essere cattivi non è poi così faticoso. Basta darci un taglio con quello che ci hanno insegnato a catechismo. Cattivi e perfidi, a volte. E' liberatorio!!!

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