Che ci faccio qui?

Teora, corso Plebiscito qualche giorno dopo la scossa. Foto di Angelo Ciavarella.

[11] Del giorno dopo il mio arrivo a Teora ricordo distintamente due cose. Paolo Endrizzi che mi istruisce sommariamente, le cose da fare erano tante, troppe, nonostante la fase della primissima emergenza fosse ormai conclusa. Di fatto, non c’era un vero e proprio programma quotidiano, ciascun volontario rispondeva all’emergenza del momento. Un esempio così ci capiamo: proprio quella mattina arriva un camion da scaricare, così mi dirigo in fretta verso il campo di calcio, che distava un centinaio di metri dalla zona occupata dai volontari altoatesini. Dopo pochi passi, assisto a un vero e proprio assalto, con l’autista e un volontario che letteralmente lanciano dal cassone viveri e vettovaglie, acqua, farina, legna, coperte, persino bombole di gas: un parapiglia di gente cercava di accaparrarsi il più possibile, una contesa anche feroce tra chi riusciva a ghermire qualcosa e chi non trovava posizione sotto il pianale, o si vergognava di tanto furore. Io non sapevo che fare: la calca era troppa, mi rifugiai da parte. Ero bloccato, mi sentivo inutile, stavo semplicemente a guardare. Cinque minuti e tutto termina, il camion sgomma lontano. Alcune famiglie stavano lì a valutar la roba rimediata, ricordo qualche scambio per pareggiare il molto col poco. Nei giorni seguenti venni a sapere di accaparratori di professione, gentaglia che faceva il paio con gli sciacalli che si aggiravano nottetempo tra le macerie e le tende. In ogni sciagura gli uomini danno il meglio e il peggio di sé. Anzi: per capire veramente un uomo, e a magari anche una Nazione, è opportuno interrogare i disastri, la vera prova del fuoco per sapere di che pasta si è fatti. Fu il mio battesimo di volontario: in quel mattino livido mi sentii inutile, fuori posto, persino ridicolo con le scarpette inzuppate di fango, non avevo ancora rimediato un paio di stivali. Ripensando alla notte in roulotte, al freddo becco che i maglioni non bastavano mai, la domanda che mi venne su dai precordi era semplice e chiara: «Che ci faccio qui?».

A quel punto il mio sguardo andò alle rovine. M’incamminai per corso Plebiscito, nello spiraglio aperto da una ruspa. Il fetore chimico era insostenibile, eppure diversi teoresi si aggiravano tra le rovine, solo più tardi ne avrei capito il motivo. Alcuni corpi non erano ancora stati trovati, e si scavava a caso, perché i palazzi mica erano rimasti al loro posto, no, erano scivolati giù lungo la china, confusi tra gli altri, perduti. Altri abitanti andavano in cerca di ricordi: dopo un terremoto così devastante, anche un semplice frammento della vita di prima è speranza e luce, il segno che non tutto è perduto. Ricordo il rumore secco sotto le scarpe, i piedi che affondano tra porzioni di tetti e di muri, il grigio d’intorno; e il cielo quel giorno rifletteva la scena, grigio a sua volta, cupo, imbronciato, severo. Sapete, in caso di sciagura lo sguardo si volge supplice al cielo, a domandare ragioni. I Persiani, per dire, quando un dio non li assecondava scagliavano frecce verso il cielo, a significare la rabbia, il rancore. Ma con chi prendersela quando l’ingiuria ti sorprende da sotto, quando quel che ti toglie la vita è proprio la casa, il luogo che accoglie e protegge? Quella casa che magari hai costruito con le tue mani, e che con quelle stesse mani ti è toccato scavare in un insensato movimento a ritroso. Ritornai sui miei passi, erano trascorse più di due ore e non avevo combinato niente. Mi sentivo un turista del dolore, il senso di colpa mi prese la gola. Al campo mi accolse il fervore del pranzo. D’un tratto una ragazza spuntò da una tenda, gli occhi azzurri, i lunghi ricci neri. Si chiamava Maria. Qualche mese dopo, andai a trovarla a Venezia, dove studiava. La nostra storia durò 5 anni.


La dodicesima puntata.

Tutte le puntate del mio Ritorno in Irpinia.

2 Commenti

  • Ida Bamberga Premarini Posted 4 Dicembre 2022 19:05

    La volta scorsa non avevo letto questo articolo. Ma era la volta scorsa, e la terribile sventura di Ischia non aveva ancora riempito la cronaca di immagini e di dolore. Questa volta ho letto, e la Sua testimonianza diretta mi è penetrata nel cuore dando l’esatta misura della catastrofe, della durezza della natura che si scatena, della fragilità e dell’impotenza umana. E, purtroppo, anche della drammatica fatica degli interventi e delle gravi responsabilità. Grazie per questa preziosa condivisione.

  • Rita Ingravallo Posted 30 Novembre 2022 22:55

    Bello questo amore che sboccia nel dolore

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