Eterni.me, roba da MIT

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Lo so che non ci crederete, ma accade. O meglio, domani accadrà. A farla breve, quegli scriteriati del MIT di Boston stanno mettendo a punto un programma (Eterni.me) che tra qualche consentirà di costruire un profilo postumo di un utente attraverso le sue attività in Rete: foto, post, tweet. Poi, grazie a un avatar, l’ormai defunto potrà chiacchierare con i posteri. Cito dalla Lettura di domenica scorsa; «Una volta iscritto a Eterni.me ti viene chiesto da quale grande serbatoio cominciare a processare informazioni (Facebook, Twitter, email, foto…). I dati sono poi raccolti, filtrati e analizzati fino a dar loro “un senso”». La ricerca di senso è necessaria per la comunicazione con un avatar intelligente (un chatbot, un programmino in grado di comunicare imitando gli esseri umani) che emuli la persona scomparsa”. In pratica si tratta di un setaccio: dopo che ci siano iscritti, inizia a raccogliere tutto quel che ciascuno di noi ha depositato in rete per dar vita a una enorme banca dati che serve per tracciare la nostra personalità, o quanto meno la personalità in rete. Alla nostra morte, il servizio si attiva e chiunque potrà “dialogare” con noi: porci domande, scriverci cosicché noi si risponda, mandarci foto che commenteremo, mandarci pure inviti, chiederci di giocare con Candy Crush Saga e via stralunando. Il tutto in automatica, ovviamente: a quel punto sarà la rete ad avere il pallino, tanto noi siamo morti. Lasciando perdere le questioni etiche connesse alla vicenda (identità, privacy, tipologia di relazione ecc.) è ovvio che in questo modo dopo una vita magari troppo virtuale richiamo di avere una morte parecchio altrettanto virtuale. Immaginatevi tra qualche secolo: il mio nostro vostro pronipote che mi chiede cosa cavolo mi è venuto in mente di scrivere romanzi, che peraltro non li trova più nessuno. In effetti mi sovviene che già da tempo, forse non lo sapete, su alcune tombe nei cimiteri americani viene installato un QR code, oppure direttamente un meccanismo che scatta al passaggio o stazionamento di amici e parenti. A quel punto, su apposito video parte un messaggio nel quale l’ormai defunto saluta, racconta qualcosa di sé, dice qualche frase di quelle spesse come immagino si usi in questi casi. E allora: se il virtuale avrà la meglio anche nel mondo della fatal quiete, qui si rischia grosso: Senza dimenticare che se la nostra identità si schiacciasse sul nostro profilo social, vorrebbe dire che noi esistiamo qui da dove vi parlo, non altrove, non comunque: degli avatar, geroglifici egizi a due dimensioni, anzi una. Se poi ci scippano il silenzio e la distanza, la memoria e il lutto, quanto meno si perde la necessaria intercapedine tra le generazioni, si abolisce la storia, si frantuma l’appartenenza. Vengono meno il culto, la cura, l’affetto; e con tutta evidenza il senso.
 

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