Insegnare, che sballo (racconto, 2 di 2)

  Pino Pascali, Personaggi, 1961-2  

Io però ne sono uscito: non è che mi vanto, per uno che ce l’ha fatta migliaia sono rimasti in quel mondo di carta stagnola. Disintossicato? Beh sì, qui in azienda tutto sommato come terapia non è male. Tra l’altro io ho in carico proprio quelli da poco usciti da scuola, i freschi di laurea, per capirci: qui gli stagisti non li vuol vedere nessuno, tutto tempo perso, dicono. In effetti ’sti ragazzi non sanno fare niente, si aggirano spauriti come chiocce in una favela; allora li seguo io, perché alla fin fine un po’ ci tengo ancora, e poi qualcuno il lavoro sporco lo deve pur fare. Fan tenerezza, fanno, al primo impatto con la vita vera perdono la trebisonda, facile che qualcuno ci lascia le penne. Certe notti sogno che faccio ancora lezione, solito panorama di svaccati: uno – miracolo! – alza la mano, sono lì che aspetto bello compiaciuto e questo qui mi chiede quanto guadagno. Cerco di cambiare discorso, “cosa te ne frega del mio stipendio?”, ma quello implacabile torna all’attacco: “Quanto guadagna, profe?”. E io gli sparo quel che prendo adesso, altro che i milleduecentocinquantacinque. Improvvisamente i fetentoni si sollevano dall’arredo e spiano in direzione pulpito con occhi nuovi. “Questa non ve l’aspettavate, eh, manica di lavativi?”. Una goduria passare in rassegna quelle facce. Poi però mi scappa l’occhio: no, i banchi sono troppo puliti. Cazzo, il solito sogno di merda.
 

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12 commenti

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    • Claudio Calzana il 23 Ottobre 2011 alle 12:34
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    Lo so, Chiara, esperienze come quelle che descrivi fanno dell’insegnamento il più bel lavoro del mondo. Se non ci fosse di mezzo la scuola, aggiungo. Perché dentro la scuola tutto si curva e diluisce, si stempera, si perde. Per via di geometri burocratiche, di circolari impazzite, magari. Non lo so, io ho perso contatto, e ti confesso che mi dispiace. QUando mi capita di varcare il portone della scuola dei miei figli lo faccio con reverenza e timore. Reverenza per il gran lavoro di alcuni, e timore per il danno di molti. E, più in generale, per quel mancato riconoscimento che fa della scuola il luogo meno valorizzato del mondo. Ma se hai qualche cosa da raccontare fallo, Chiaro, tra blog e sceneggiatura che sto curando vado in cerca di cose che durano, di cose che ne vale la pena.

    • Chiara il 23 Ottobre 2011 alle 12:33
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    Ma il lavoro sporco (banchi compresi) qualcuno lo deve pur fare, e peccato davvero che ogni tanto uno in gamba riesca a disintossicarsi… Anche perché avendo in-segnato ha lasciato qualche povero ex alunno, ora dall'altro lato della cattedra, solo soletto, con la sua euforia nel vedere la nebbia che a volte (raramente?) si dirada. Certo non ha prezzo, vedere i tuoi studenti che vengono a scuola al pomeriggio, al sabato e alla domenica, o addirittura durante i giorni di chiusura della scuola per fare da guida a bambini e ad adulti su percorsi di matematica e fisica che hanno contribuito a realizzare, non ha prezzo vederli impegnati e contenti di quel che stanno facendo, non ha prezzo osservare quello timido riservato e fannullone dell'ultima fila che si esprime con scioltezza e convinzione e studia senza che nessuno lo minacci di interrogarlo. Non ha prezzo. Per fortuna… e chi li ha i soldi per pagare?

    • Claudio Calzana il 6 Ottobre 2011 alle 10:23
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    Mi lusinga che tu venissi a scuola anche per me, e ci sono giorni che mi intristisce un poco il fatto di non esser più tra i docenti. Ma questo è passato. Il racconto è triste? Probabile. O quanto meno è crudo, crudele. È vero, temo. Ma ripeto: non sono io che parlo nel testo, è quel personaggio lì che mi è saltato fuori non so da dove e non so come. Io sono costretto a dargli retta e voce, sennò mi rode dentro e magari fa dei danni.

    • Chiara il 6 Ottobre 2011 alle 10:23
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    No prof… è così triste la vita degli insegnanti?
    Non che io ne avessi una bella idea…ma questo racconto mi ha messo tristezza perché la scuola italiana è davvero messa male allora…
    Io che avevo un’idea romantica della scuola superiore….
    Io che invece ci andavo proprio volentieri a scuola….anche per ascoltarla….

    • davide il 5 Ottobre 2011 alle 14:35
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    Lavoro sporco con gli stagisti…. ih ih ih verissimo

    • Claudio Calzana il 5 Ottobre 2011 alle 12:54
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    Magari oggi chiedo all'attuale stagista qui da noi cosa ne pensa…

    • Anonymous il 4 Ottobre 2011 alle 19:13
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    Mi piacerebbe il parere di uno stagista: ma ne escono da schifo!

    • Ale il 4 Ottobre 2011 alle 19:08
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    Il vantaggio di quelli che stanno a scuola è che non sanno bene cosa c'è fuori. Fuori c'è un vento che dentro la classi non ti rendi conto per niente. Sembra tutto tranquillo, ma appena metti fuori il nasso non ci capisci più niente. E devi ricominciare da capo.

    • Anonymous il 4 Ottobre 2011 alle 18:49
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    I fetentoni, sono proprio così i miei alunni, dei fetentoni!

    • Vale il 4 Ottobre 2011 alle 18:24
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    Ho riso un sacco, bravissimo! Io dei tempi della scuola mi ricordo proprio i banchi sporchi: alcuni giorni per la polvere, degli altri per le scritte, le regole, le formule. Banco pulito è espressione che non esiste. E poi questo protagonista si vede che non sta bene deve è adesso, ma si vede che non stava bene anche prima. Insomma, deve trovare il suo posto.

    • Claudio Calzana il 4 Ottobre 2011 alle 18:22
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    Grazie Beppe, la tua stima di ex alunno mi fa assai piacere, tu che certe cose le hai vissute sulla pelle e sulla polvere pure….

    • Anonymous il 4 Ottobre 2011 alle 17:09
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    Il solito panorama di svaccati… meraviglioso. E detto da un elemento immancabile di quel panorama…
    Bello il racconto: ci leggo quel giusto tot di cinismo ("questo qui" "cosa te ne frega" "non li vuol vedere nessuno" ecc…)che vira nella comicità più realista!

    Mi piace molto…
    Bepz

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