Dipendenze

È stata dura, lo confesso: sono stato in ferie una settimana, o quasi, senza computer e senza cellulare, o quasi. Spiego subito i due quasi: 6 giorni senza computer e con il cellulare solo per le emergenze. Mi sono deciso ad affrontare questa piccola prova per verificare quanto sia vero che siamo prossimi alla dipendenza per i mezzi in questione. All’inizio la faccenda era anche divertente, niente trilli in giro, la spiaggia tutta tua, giusto un occhio in giro per vedere dove si fossero cacciati i due adolescenti che erano con me (figlio e amico del figlio). Poi è iniziato un discreto tormento: e se al lavoro avessero bisogno di me? Avevo pattuito un’ora di disponibilità telefonica al giorno, e a quella mi attenevo. Ma il tormento uno si è trasformato subito nel ben più grave tormento due: e se al lavoro NON avessero bisogno di me? Quindi, per cominciare: il tormento del cellulare, il bisogno, la dipendenza, la faccenda chiamatela come volete, sta tutta nel capire, nel sapere se qualcuno ci pensa, ci vuole, magari ci ama, diciamo pure ha bisogno e fermiamoci qui che è meglio. È il tormento dell’innamorato di cui parla magnificamente Roland Barthes nei suoi “Frammenti di un discorso amoroso”. Uguale sputato. Sia detto subito che a casa chiamavo l’indispensabile, giusto il bollettino del giorno, anche perché in cuor mio volevo battere il Guinness del manager: una settimana, o quasi, senza manco attaccare il cellulare alla corrente. E qui devo confessare che non ce l’ho fatta, ho sottratto il caricatore a mio figlio nel pomeriggio di giovedì, le tacche erano al minimo. Ma veniamo alle mail: dal mio cellulare si può leggere la posta, si è sempre e comunque connessi. Ogni qualvolta accendevo, arrivava una smitragliata di messaggi, che sono riuscito a ignorare, con grande eleganza, devo dire, anzi con discreta sprezzatura, cioè, per tradurre in rima, senza neanche metterla giù troppo dura. Di questo ho però pagato dazio: ieri, al rientro in ufficio, mi sono trovato 156 mail. A parte la consueta dose di spam, un bel numero di questioni a premere, di quelle che in buona sostanza tendono a farti perdere al volo il beneficio del nulla che ti sei concesso per giorni sei. La domanda sorge spontanea: ma tra il pieno del giorno lavorativo medio e il vuoto della vacanza tipo non è data un’umanissima via di mezzo?

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4 commenti

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    • Claudio Calzana il 5 Luglio 2010 alle 14:39
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    Caro amico contorto, disilluso e soprattutto dipendente, grazie dell'indicazione, che immagino frutto di lunga esperienza nel settore. Si tratta allora per l'appunto di chiarire, ovvero far comprendere a chi lavora per noi, che ogni tanto una dose non va negata a nessuno, men che meno al dipendente da certi strumenti. Quindi avanti con qualche squillo anche senza motivo, basta inventarselo, e che ci vuole; cosicché noi, senza sospettare trame, ovvero fingendo di ignorare l'arcano, ci culleremo nella nostra dipendenza, felici del certificato d'esistenza in vita.

    • Anonymous il 5 Luglio 2010 alle 09:13
    • Rispondi

    Bel post Claudio…
    in effetti il fuoco della questione non riguarda telefonate, squillini, sms, mails o piccioni viaggiatori di sorta. Piuttosto: se chi mi dovrebbe chiamare non chiama (o scrive ecc…) c'è sotto qualcosa? Ti tranquillizzo: per esperienza ti assicuro che NON è così. Se qualcosa sotto sotto deve esserci c'è comunque! Anzi: in fondo questa (proto)dipendenza è faccenda nota, per cui dall'altra parete giunge spesso un palliativo o, meglio, una dose… tanto per evitarci l'astinenza!
    Un amico disilluso, contorto e… dipendente!!!

    • Claudio Calzana il 30 Giugno 2010 alle 13:17
    • Rispondi

    Paolo, per ora accontentiamoci di luglio col bene che ti voglio…

    • Paolo G. il 30 Giugno 2010 alle 13:17
    • Rispondi

    Del resto vacanza, letteralmente, è mancanza. Ed il negozio, di per sé, nega l'ozio. Non c'è scampo. A proposito, quando arriva Agosto? 🙂
    Paolo G.

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